Il binomio fantastico di Francobeat
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Fabrizio Zampighi
- 5 Novembre 2014
Pop da biblioteca. Lo chiama così Franco Naddei (in arte Francobeat) il suo fare musica, sottolineando in tal modo quello sguardo trasversale e meta-linguistico che il Nostro usa ogni volta per registrare i dischi. Nessun limite imposto da stili stringenti, se non il musicare qualcosa di creativamente stimolante, sia esso un immaginario sociale nostrano, condiviso e nostalgico (Vedo Beat, l’album tratto dal libro edito nel 2005 da Stampa Alternativa, Mondo Beat) o magari un omaggio a uno scrittore geniale come l’amato Gianni Rodari (con l’operazione Mondo Fantastico andata in porto nel 2011). Il terzo capitolo targato Francobeat, ovvero Radici, sembra quasi una sintesi dei primi due episodi: da un lato un disco che è indirettamente anche riflessione sociologica, indagine sull’essere umano e sul disagio; dall’altro un modus operandi che riprende le regole della grammatica fantastica rodariana per applicarle a un contesto con più di un punto di contatto col mondo dell’infanzia frequentato dallo scrittore di Omegna. Sì perché le “radici” del titolo altro non sono se non il centro per disabili mentali Le Radici di San Savino (Riccione), ai cui ospiti è stato chiesto di scrivere tutti i testi del disco come parte di una terapia basata sulla “creatività”. «L’idea che fossero delle persone mentalmente disabili a scrivere dei testi per canzoni – ci dice Franco Naddei – mi è subito parsa l’anello di congiunzione fra il gesto creativo dell’adulto che tenta (e nel caso di Rodari riesce) di tornare alla semplicità e alla schiettezza infantile, e quella dose di distacco dalle cose del mondo che turbano il processo fantastico, sia nella scrittura che nella vita, ovvero il diventare adulti, responsabili e consapevoli. La condizione di un “matto” è infantile e adulta contemporaneamente, e spesso pure in conflitto, e questo conflitto è a sua volta in conflitto col mondo esterno. Se Rodari ha codificato in qualche modo la teoria degli errori, nei “matti” l’errore è insito nella loro condizione».
Stabilito il confine («Non volevo modificare una parola di quello che avrebbero scritto e mi son tenuto tutto, ma proprio tutto, quello che è arrivato dalla loro penna»), Naddei si è concentrato sulla parte musicale, dovendo comunque inventare una cornice che rendesse credibile tutta l’operazione (nonostante versi non certo ortodossi) e che, anzi, valorizzasse una creatività atipica, sghemba, ma non per questo meno affascinante. Per poi scoprire proprio in quella creatività tesori nascosti che nulla hanno di retorico e molto di poetico: «Tutto quello che per noi “normali” è uno sforzo, credo che per loro [gli ospiti della residenza, ndSA] sia una condizione di “normalità” creativa. E’ chiaro che manca la lucidità per codificare i risultati, ma tante sono state le immagini e gli spunti davvero inaspettati, degne trovate poetiche, folgoranti, forti, a tratti lucidissime».
Tutto il lavoro viene sintetizzato in quattordici brani incredibilmente pop, dagli arrangiamenti efficaci e che parlano prima di tutto di umanità, sensibilità e di come dal disordine (mentale o esistenziale che sia) possano nascere bellissimi fiori. C’è anche una certa ironia di fondo che si coglie in alcuni testi del disco, che va oltre l’amarezza per una condizione sfortunata e parla invece dell’accettare la vita per quella che è (o dovrebbe essere): un accontentarsi delle piccole cose, nonostante tutte le difficoltà. Parlando degli ospiti della residenza, Naddei chiude così: «Sanno come è fatta e come suona una canzone. Non credo che sapessero di poter esserne autori. Io spero di avergli regalato qualcosa di importante, un gesto di vita».
Di seguito trovate un’intervista un po’ atipica, che tuttavia ci è parsa il modo migliore per rimanere in linea con quella creatività “a briglie sciolte” alla base del disco: invece delle solite domande, abbiamo proposto a Naddei versi estratti dai testi delle canzoni contenute in Radici, chiedendogli di scrivere qualsiasi cosa quelle parole gli facessero tornare in mente della sua esperienza. Il risultato è una lettura insolita ma speriamo interessante di tutto il progetto.
“C’era una volta un matto, e questo è un fatto…” (dal brano Belluno)
La prima volta che ho letto il testo di questa canzone mi sono stupito di fronte alla lucidità e all’autoironia con cui gli ospiti della residenza lo avevano scritto. Al suo interno ci sono immagini abbastanza sconnesse, ma tutte sembrano alludere a una consapevolezza della loro condizione di “matti”. Per questo motivo, dopo aver letto il testo, non mi sono più sentito a disagio nell’usare quel termine per definirli. Qui si trovano i primi segni di quello che è stato il nostro rapporto. Se “il manicomio diventa una barzelletta e tutti parlano a strofetta” è perché loro sapevano che il testo sarebbe arrivato a me; io ho preso questa cosa come una specie di ringraziamento per il fatto che ogni volta che si mettevano a scrivere, si divertivano.
“Io ero bellissima, e ora sono bruttissima…”(dal brano Io ero bellissima)
Questo testo è rimasto nascosto fra i tanti che mi hanno mandato. In realtà ne sono arrivati due contemporaneamente, entrambi non proprio allegri. Inizialmente non sapevo come renderli in musica, ma mi hanno colpito molto. Quando ormai ero verso la fine dei lavori per il disco, ho deciso di farli leggere e interpretare a due fra le migliori penne, in ambito cantautorale, che abbiamo dalle nostre parti, ovvero Giacomo Toni e Pieralberto Valli dei Santo Barbaro. Alla fine abbiamo scelto quello che poi è finito in questo brano. Sapevo che entrambi i musicisti a cui mi ero rivolto avrebbero apprezzato il testo, in qualche modo vicino a molte tematiche delle loro rispettive produzioni. Abbiamo scritto la musica insieme, in un pomeriggio, dopo esserci arresi alla prima cosa che ci è venuta in mente. Sembrava strano che questo testo si potesse cantare, tutto sghembo come è. All’inizio Giacomo era partito con una lettura in “spoken word” che mi ha fatto venire in mente l’operazione The Raven di Lou Reed, ma io volevo che fosse cantabile. Abbiamo cominciato a suonarlo, e la frase che tu citi era in fondo. Quando siamo arrivati alla fine del testo, dopo aver tirato fuori elementi melodici assolutamente italiani (pensavo a Tenco), quella frase ci è sembrata adatta per diventare il ritornello che legava tutte le strofe. Tra l’altro il testo è sia al maschile che al femminile, perché quasi tutti i testi i “matti” li hanno scritti collettivamente, per cui ognuno ha dato il suo contributo a questo concetto dello sfiorire nella malattia e nella condizione di disagio. Devo dire che il messaggio che trasmette è assolutamente universale, a molti sarà capitato di affrontare gli stessi temi nella vita di tutti i giorni. E’ un testo tagliente, lucido, romantico. Nel finale le voci si incastrano, e nel canone a me sembra che la parola “bellissima” vinca su “bruttissima”, come a ribadire un messaggio di speranza, nonostante tutto.
“Questa è la mia voce…” (dal brano Questa è…)
Questa frase è venuta fuori in una delle mie sortite a Le Radici. In quella occasione mi sono portato dietro un po’ di macchine per campionare e manipolare i suoni in tempo reale. Volevo vedere le reazioni e cosa sarebbe successo se avessi fatto sentire ai ragazzi della residenza le loro voci, trasformate in una composizione che potesse lambire i confini della musica contemporanea (che indebitamente talvolta abito). Ho passato tutto il pomeriggio facendo loro cantare quello che volevano; io mi sono limitato a prendere brandelli dei loro deliri canori, per rimasticarli e farne altro. Cantavano Battisti, Zucchero, arie classiche famose, i Beatles, oltre a gorgheggi casuali. A un certo punto una signora se ne è uscita con questa frase, e io l’ho trovata una idea geniale, per il titolo di un brano. Ho registrato quattro ore di queste voci; volevo metterle nel disco per dare ulteriore risalto alla presenza degli ospiti, per renderli ancora più protagonisti, anche in un pezzo di musica contemporanea. Ho chiesto aiuto a Valeria Caputo, una cantautrice tarantina che vive a Forlì e maneggia con abilità la materia elettronica. Lei ha ascoltato tutto, tenendo i miei loop e facendo una composizione unica che ho voluto poi dividere in tre parti, per spargerla all’interno del disco. Il tutto per mantenere una presenza pressoché costante delle voci degli ospiti. Confesso che il mio sogno è di farlo anche dal vivo, ma non so se ci riuscirò.
“Le mie meraviglie non sono poi tante, ma sono il mio carburante…” (dal brano Le mie meraviglie)
Credo che questo testo sia uno dei più belli che mi sia mai capitato di ascoltare. Quando l’ho letto mi si è crepata la faccia. Con una frase, mi ha steso. Avevo cominciato a lavorare al brano – come per gli altri – usando la chitarra, poi l’ho lasciato nella mia testa per un po’. Quando ho cominciato a usare i synth, mi è sembrato quasi un pezzo dei Santo barbaro (band in cui rientro e a cui sono molto legato grazie anche all’amicizia con Pieralberto Valli). In questo brano ho deciso che non sarebbe stato necessario avere sempre toni allegri o mascherare il disagio. Ho voluto che tutta la forza del testo fosse accompagnata da una musica “seria”, sentita. E così è stato. Tutte le volte che lo ascolto, mi emoziona. Un vero regalo per me.
“Pillole magiche, pillole di chi è fragile, di chi non ha una vita facile…” (dal brano Pillole)
L’unico testo dove i “matti” mi hanno lasciato un vero e proprio ritornello. Ogni psicofarmaco nominato, precede il refrain. Non ricordo nemmeno come sia venuto fuori. Mi ricordo che Antonio Gramentieri (dei Sacri Cuori) aveva dimenticato una chitarra classica dopo una sessione di registrazione da me, e ho cominciato a giocarci. Il “binomio fantastico” [una delle tecniche teorizzate da Gianni Rodari in Grammatica della fantasia, ndSA] è stato Depakin-CaetanoVeloso. I nomi degli psicofarmaci mi suonavano come parole esotiche e “brasileire”, se mi concedi la definizione. Da lì sono andato avanti e mi son divertito molto a vestire un testo, che definirei crudele, con quell’atmosfera da saudade che poi va a sfociare nella disco-music. Su questo testo ho voluto giocare con questo contrasto, altrimenti sarebbe stato difficile renderlo per quello che descrive.
“Io spero solo che cambino le cose, in meravigliose…” (dal brano Che cambino le cose)
Vorrei tanto nominare la persona che ha scritto questo testo, ma non posso farlo per questioni di privacy. La persona in questione ha dato una grande mano nella scrittura di molti testi, e questo è tutto suo. E’ stato uno dei primi ad arrivarmi e a confermarmi il potere poetico che ribolliva nelle “menti annebbiate” degli ospiti della residenza. Inizialmente il brano aveva in primo piano le chitarre ed era simile ad altri episodi di Radici. Non ero contento, tuttavia, del lavoro che avevo fatto, perché non rendeva giustizia alla riflessione interiore che racconta. Così ho dimezzato la velocità pensando al sound dei Sacri Cuori, praticamente scrivendo su misura per loro, dal momento che sapevo che avrebbero valorizzato il brano con il loro portentoso stile, come poi effettivamente è stato. Una ballata narcolettica, una persona che riflette lentamente, per forza di cose. Questo brano, assieme a Verde/Secco, è stato rimaneggiato dopo aver sbagliato inizialmente approccio. Qui compare John De Leo; avevo capito che si sarebbe speso su questo brano con la solita bravura. L’ho lasciato fare, e (a ragione) mi ha cambiato la stesura. Nel brano ho lasciato una coda lunga immaginando un intervento in voce dei “matti” con qualche parola che per loro rappresentasse un messaggio di speranza, un segno positivo. Ho insistito tanto perché gli operatori del centro Le Radici registrassero questi interventi. Non potevo farlo io, perché avrebbe significato chiedere agli ospiti di fare qualcosa di forzato di fronte a me. Ci è voluto un bel po’. Nel registrato ci sono momenti divertenti, ma anche di sconforto. Alla richiesta di lasciare un messaggio bello, positivo, qualcuno si è arrabbiato. Alla fine, poi, tutto si è risolto.
