Recensioni

Il cinema di Francis Ford Coppola – il più delle volte – non lascia indifferenti. Megalopolis non sfugge al canone. Può suscitare totale indifferenza, come alla proiezione allestita all’Universal Cinema AMC, presso il CityWalk Imax di Hollywood il 28 marzo 2024 per i potenti del cinema e della TV – c’erano Donna Langley responsabile di NBC Universal, Tom Rothman della Sony, Pam Abdy di Warner Bros., David Greenbaum della Disney, Ted Sarandos di Netflix e Marc Weinstock della Paramount, uno dei quali alla fine ha parlato di “un vistoso silenzio alla fine”. O all’opposto generare un clamoroso fragore: presentato il 16 maggio al Grand Lumiere Theatre in occasione del 77° Festival di Cannes, all’accendersi delle luci i presenti alla proiezione del film si sono spellati le mani applaudendo per 10 muniti. (Si sa che i gusti del pubblico americano differiscono ampiamente da quello europeo, ma è possibile una tale disparità di giudizio?).
Anche la critica è stata alterna, ma la gran parte si è schierata per il linciaggio del film. Un’opera che comunque lo si veda trasuda fascino: scene, la fotografia, i ricercati costumi di Milena Canonero, gli effetti speciali – sono una firma. Benché sia lecito domandarsi se Coppola ha perso la bussola, o semplicemente sbagliato film, di certo non si possono avere dubbi sulla capacità del leggendario cineasta di dare forma a un sogno/incubo/visione – “favola” si evidenzia in apertura – con mano ferma. E questo sicuramente è un punto segnato.
Poi c’è il Coppola soggettista e sceneggiatore. E qui le cose si complicano. Siamo a New Rome. Trasposizione da fine impero romano di New York in un tempo indeterminato. L’architetto Cesar Catilina, premio Nobel per avere inventato il Megalon, un materiale in grado di sovvertire le leggi della fisica, vuole rifondare la città secondo criteri utopistici (mezzi di spostamento fantomatici, una casa e un giardino per tutti, etc.). Il nome scelto per il protagonista non è una “crassa” boutade. Cesare e Catilina sono stati contemporanei. Cesare e il suo sostenitore Crasso furono addirittura accusati di complicità con Catilina. Entrambi uccisi dai senatori di Roma, Cesare in modo diretto, Catalina sul campo di battaglia ma praticamente per mano di Cicerone, entrambi fautori dello stesso disegno politico: rovesciare un senato che curava soprattutto l’interesse dei patrizi per applicare finalmente riforme a favore del popolo (l’azzeramento dei debiti verso i ricchi, per esempio) e dei piccoli proprietari terrieri cui in grande numero erano state espropriate le terre. Cesar Catilina è dunque il riformatore, l’innovatore, il democratico. L’antagonista è Franklyn Cicero, sindaco della “megalopolis”. Schiacciato da un disastroso buco economico accumulato dall’amministrazione precedente, la sua politica è quella statica del pragmatismo: acciaio, cemento, vetro, casinò, sono per lui i cardini di raccolta del denaro utile a ricostruire la città.

Sempre per restare in ambito storico-politico, e svolazzando per citazione tra le epoche – i principali personaggi citano estratti di Shakespeare, Marco Aurelio, persino Petrarca consolidando l’idea dell’amore mai sopito di Coppola per la terra di origine della famiglia –, Frank Cicero (Giancarlo Esposito) non si fa scrupolo, in modo machiavellico, di fare ricorso a colpi bassi per liberarsi dell’avversario: accusandolo ingiustamente e pubblicamente di avere ucciso la moglie, contornandosi di faccendieri (Nush: Dustin Hoffman), avendo l’appoggio del banchiere più potente della città (Hamilton Crassus III: Jon Voight) che è anche lo zio di Cesar Catilina (Adam Driver). Un repubblicano, Frank Cicero, con la morale del 47° presidente degli USA. Destinato ad ammorbidirsi quando la figlia (Nathalie Emmanuel che ha debuttato interpretando Missandei, beniamina dei fan di Il trono di spade) si innamorerà dell’acerrimo nemico – Montecchi e Capuleti, Shakespeare, l’Italia – dal quale avrà un figlio che rappresenta il simbolo della speranza per una società in grado di fondare un mondo migliore. Il messaggio di Megalopolis, di una fiaba – ricordiamolo – a lieto fine che porta alla memoria il Frank Capra di La vita è meravigliosa, è sostanzialmente questo. “La cosa più importante che abbiamo – ha dichiarato Coppola in occasione della presentazione del film al Festival di Cannes –, la parola più bella credo in qualsiasi lingua, è speranza. Speranza! Ed è a questo che dedico il film”.
Dopo Un sogno lungo un giorno – anche quello cinema sperimentale, magnifico e incompreso alla data di uscita nel 1982 – per Megalopolis si può parlare di un sogno lungo 40 anni. Anche se in realtà il regista ha spiegato a Variety di “non avere lavorato davvero a questa sceneggiatura per 40 anni come spesso si vede scritto, ma piuttosto raccolto appunti e ritagli (…). Alla fine, dopo molto tempo mi sono deciso per l’idea di un’epopea romana. E poi di un’epopea romana ambientata nell’America moderna, per cui ho iniziato a scrivere questa sceneggiatura a fasi alterne solo nell’ultima dozzina di anni o giù di lì”.
Coppola ha iniziato a scrivere la sceneggiatura nel 1983, per un progetto che nella sua mente, secondo le parole di Richard Beggs collaboratore di lunga data di Coppola, era anche più grandioso e visionario di quanto vediamo oggi sugli schermi: “Il film sarebbe stato proiettato in quattro serate e il pubblico arrivato avrebbe prenotato un hotel e visto questa cosa in un gigantesco teatro all’aperto costruito appositamente. Stava pensando a qualcosa come l’anfiteatro Red Rocks in Colorado”. Insomma, più che una serata al cinema una esperienza turistica.
Nel 1989 si diceva che la produzione avrebbe preso il via da Cinecittà. Coppola organizzava meeting di lettura della sceneggiatura con attori tra i quali Paul Newman, Robert De Niro, Al Pacino, James Caan e Uma Thurman. Ancora a Variety il cineasta vincitore di 5 premi Oscar (più uno alla carriera) ha confidato di avere riscritto la scenografia centinaia di volte. “All’inizio ricordo che una volta presi 130 pagine bianche e ci misi sopra un frontespizio che annunciava in grassetto ‘Megalopolis di Francis Ford Coppola’ e sotto ‘Tutte le strade portano a Roma’. (…) Poi, una volta avuta una bozza, l’avrò riscritta 300 volte, sperando che ogni riscrittura la migliorasse, anche solo di un mezzo punto percentuale”.
Il direttore della fotografia Ron Fricke aveva girato più di 30 ore di riprese di seconda unità a New York quando gli Stati Uniti si ritrovarono a fare i conti con l’11 settembre (2001). Passano altri 18 anni e al compimento dell’ottantesimo compleanno Coppola dichiara di essere finalmente nelle condizioni di realizzare la sua grandiosa ossessione. A condizione di mettere sul piatto una bella fetta della sua fortuna fatta di vigneti pregiati venduti per finanziare il film. Ma si è trattato dell’ennesima falsa partenza. La pandemia del 2020 ha bloccato ancora i lavori che sono ripresi soltanto nel 2022. Non basta. Quasi ad affibbiare a Megalopolis l’etichetta di opera “maledetta”, “una serie di sfortunati eventi” ha fatto da corollario a ogni passo sospinto in avanti.
In dicembre, a metà delle 16 settimane di riprese, la maggior parte del team degli effetti speciali, causa divergenze artistiche, è stata licenziata o si è dimessa. Un membro della troupe rimasto anonimo ha raccontato dell’approccio artigianale di Coppola nonostante il possibile utilizzo degli accorgimenti digitali: “(Coppola) trascorre letteralmente mezza giornata su ciò che avrebbe potuto essere fatto in 10 minuti”.
La corsa a ostacoli non è finita. La distribuzione nei cinema nordamericani arriva a fatica dal 27 settembre – con i costi di promozione a carico della società del regista. Anticipata alla fine di agosto da un trailer ritirato in fretta perché le citazioni dei critici sparate nel teaser erano risultate estrapolate da precedenti lavori di Coppola, la prima settimana di proiezione negli USA racimola un magrissimo assegno da 5 milioni di dollari. A metà maggio continuava a piovere sul bagnato. Il Guardian, quotidiano inglese indipendente considerato serio, pubblica un articolo secondo il quale Coppola durante la realizzazione di alcune scene – quelle iniziali della discoteca – avrebbe fatto accomodare sulle ginocchia alcune attrici cercando poi di baciarle. Una voce mai confermata: nessun testimone uscito allo scoperto, nessuna denuncia. Il colpo più duro, però, era arrivato un mese prima, il 12 aprile, data della morte dell’amata moglie Eleanor che ogni giorno, fino a quando la salute glielo ha permesso, affiancava Coppola durante le riprese di Megalopolis. Era stata lei a girare Hearts Of Darkness, il documentario che descrive l’inferno che è stato il set di Apocalypse Now.
Gli sterili risultai al botteghino replicati in Europa, sono anche (de)merito degli ululati di quella critica che ama accanirsi per partito preso su chi ha celebrato troppe – meritate – vittorie. Più che ambizioso – la parola abusata dai critici anche in ambito musicale come un tic – Megalopolis è un film impegnativo. Per chi l’ha realizzato abbiamo visto perché, ma lo è anche per chi entra al cinema. In un frullatore che mischia, e tritura, fonde e confonde, una miriade di generi, di spunti, di affermazioni, la pellicola – perdonatemi la nostalgica inesattezza – genera dubbi e nessuna certezza. È un bel film? Va stroncato? Il critico che inneggia allo spompato attuale Ridley Scott, volgerebbe il pollice verso l’alto o verso il basso? Impossibile dirlo con certezza.
Coppola offre la sua idea di politica, architettura, filosofia, lealtà, futuro, amore, sesso usato come mezzo per ottenere il fine. E mette in mostra una vera ossessione per il tempo. Ci sono orologi che giganteggiano, il futuro e il passato che senza soluzione di continuità, come profumi inebrianti o venefici vapori – la morte come una radio che continua a trasmettere dall’aldilà, i ricordi, i sogni – condizionano un presente che non trova definizione. Forse è per questo che Cesar Catilina ha sviluppato la facoltà di fermarlo, il tempo: 5,4,3,2,1. Time stop. (Ma è vero o è una illusione?).
Congelare il tempo alla condizione attuale in fin dei conti è una condanna, si cristallizza la realtà in una situazione di stallo che secondo Coppola è di decadenza e sta portando l’Impero (USA) alla fine. Meglio che scorra e conduca a un mondo che solo il rovesciamento dell’attuale stato di declino può cambiare e rendere migliore. Tempo che Frank Cicero non ha. (Neppure l’ottuagenario Coppola). Che ha invece il bambino nato dall’unione tra Cesar Catilina e Julia Cicero. Lui sì potrà ricostruire, il Megalon (che rappresenta la parte migliore dell’immaginazione che ha decretato il progresso) aiuterà, l’amore lo farà.
Che poi Megalopolis appaia kitsch, sperimentale, confuso, tracotante, narciso, ci sta. Altrettanto quanto può risultare ammaliante, onirico, visivamente eccitante, complesso e dal registro (un po’ troppo) combinatorio: dal dramma al noir, dalla farsa alla commedia rosa, dal thriller alla fantascienza. La bellezza – narra un vecchio detto – sta negli occhi di chi guarda. Fragile della sua esuberanza visionaria, agli occhi di tanti potrebbe sbriciolarsi in mille frammenti senza significato. Per altri, al contrario, film così fuori dagli schemi, personale, coraggioso, diventare un titolo da considerare con rispetto.

Di Megalopolis fra qualche anno circolerà la versione “director’s cut”. Ma dovranno inventarsi un’altra denominazione poiché già questa è la versione del regista, vero. Non importa l’appellativo, ciò che conta è che sarà aggiunto di scene rimaste fuori dalla versione attuale, magari un nuovo montaggio. Tanto per dire, per evocare il rutilante scenario urbano di New Rome, Coppola si è affidato a Neri Oxman, un’acclamata designer interdisciplinare israelo-americana esperta di “ecologia dei materiali”. Il lavoro dell’architetto che in passato ha collaborato anche con Björk è stato esposto tra gli altri al MoMA e al Centre Pompidou. La Oxman – bellissima donna alla quale nel 20018 è stato attribuito un flirt mai confermato con Brad Pitt – in Megalopolis ha avuto anche un ruolo breve ma cruciale come medico. Probabilmente compare nella sequenza dove il viso sfigurato di Cesar Catilina viene ricostruito. “La maggior parte del Dr. Shira e della scienza dietro il Megalon è rimasta sul pavimento della sala di montaggio”, ha fatto sapere via social media il marito indispettito, il miliardario investitore attivista Bill Ackman. E a quel punto chissà, complice qualche altra scena tagliata e in futuro recuperata, tutto risulterà più chiaro.
Di certo Megalopolis è una metonimia: non più stupore del cinema, ma cinema dello stupore. Più surreale che fantascientifico, in verità. Come L’empire des Lumières di René Magritte – una delle 17 versioni dipinte tra il 1949 e il 1964 – battuto all’asta (la tela del 1954) lo scorso 19 novembre per 121,2 milioni di dollari da Christie’s a New York. La stessa identica cifra che Coppola ha investito per la sua recente dichiarazione di indipendenza. Strane coincidenze: la cifra, New York, una designer (chi deteneva in precedenza il quadro). Opere entrambe sfuggenti e affascinanti al tempo stesso.
Megalopolis potrebbe deludervi, ma dopo averlo visto qualcosa ronzare ancora in testa: un particolare, una domanda, chissà che altro. Forse prima o poi vi verrà voglia di rivederlo per scoprire qualcosa che vi era sfuggito, mettendo in dubbio la vostra idea di realtà. Quella certezza che vacilla quando sostate di fronte a certe opere di Magritte. Come di Coppola. Time stop.
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