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Se non sapessi che è Francis Ford Coppolal’autore di questo film, di sicuro attribuirestiUn’altra giovinezza ad un regista giovane, alla sua opera prima, abilissimo, pieno di energia e di visioni, che decide di fare i conti con il cinema: di omaggiarlo e distruggerlo, di farlo a pezzi e reinventarlo. Un regista dal talento straordinario, che ogni tanto, a causa dell’ambizione del progetto – risalire con un film di 2 ore addirittura all’origine del linguaggio umano – si è lasciato sfuggire la sceneggiatura ed il film, si è infilato nelle sabbie mobili del kitsch, seppure uscendone presto, ogni volta con trovate esemplari, degne di un genio che negli anni partorirà capolavori.

E invece è proprio Coppola, il regista. E non si può che rimanere incantati dall’esplosione di vitalità ed ispirazione che illumina la vecchiaia di questo grande maestro, che s’intestardisce lì dove altri avrebbero abbandonato il campo, confezionando un cinema vivo, scattante, anti-convenzionale, da digerire lentamente e riaprire negli anni, perché a quanto ne dice lui: “fare un film è come fare una domanda, e quando hai finito la risposta è il film”.

Viene da pensare, allora, che un’altra giovinezza non appartenga solo a Coppola, ma al cinema tout court, capace di rinascere e riprendere quota quando viene dichiarato spacciato e in fin di vita. Ed è ciò che succederà a Dominic Matei, il protagonista del film. A settant’anni suonati, il giorno in cui decide di suicidarsi, si becca un fulmine che non lo uccide, ma gli ridonerà i denti e i capelli, gli stenderà la pelle, cancellerà le rughe e il peso degli anni. Sarà una nuova vita per lui, potrà studiare ancora e continuare a lavorare al libro sull’origine del linguaggio, nonostante la guerra avveleni il mondo e i nazisti gli diano la caccia. Ma ha incamerato così tanta vita, con quel fulmine, talmente tanta energia, che sperimenterà il tempo della pace, l’amore e la responsabilità nascosta dietro ogni voce del verbo amare econoscere – gli unici due motivi per cui vale la pena vivere, diceva Pasolini. 

Quando gli domandano che tipo di cinema gli piacerebbe vedere in futuro, Coppola risponde: “Film che non ho mai visto prima, ovvero film capaci di muoversi in nuove direzioni, capaci di esplorare idee e passioni umane, di aiutare a illuminare la vita contemporanea ”. In fondo, il cinema sviluppa la coscienza umana come se fosse pellicola, cartografa le passioni e i desideri, e rende evidente cosa siamo e cosa siamo stati.

Un esempio straordinario sono le sequenze in cui Laura, la donna amata da Dominic Matei, scopre dentro se stessa, come se fosse una scatola nera da decrittare, le origini della storia umana. Ma è dai tempi di Apocalypse now che Coppola fa del suo cinema uno strumento per conoscere, mappare, svelare gli uomini, le loro radici, perché come diceva Calvino: “L’uomo è la migliore occasione che la materia ha avuto di dare a se stessa informazioni su se stessa”.

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