Recensioni

Al cinema è arrivato il 30 novembre, un po’ in sordina, un po’ senza voler disturbare Segreti di Famiglia – Tetro, di Francis Ford Coppola. Passato a Cannes con grande attesa, segna il ritorno di Coppola alla regia e alla scrittura originale di un film dopo anni.
Il film comincia più che bene, con un ritorno a casa o meglio con un arrivo a casa per la prima volta di Benny, un bravissimo Alden Ehrenreich, dal fratello maggiore Tetro, il grande Vincent Gallo, andato via anni prima, a Buenos Aires, nel quartiere de La Boca. Il tutto è mostrato con un livido bianco e nero perfetto e digitale ma non abbacinante né iperrealista alla Mann. La costruzione delle inquadrature è sapiente e fatta a regola d’arte, le luci sono poste dove uno studente di cinema le metterebbe, i campi e i controcampi funzionano alla perfezione e il risultato ottenuto è quello di una totale fedeltà concessa al flusso visivo, un cieco colpo di fulmine che rapisce lo spettatore.
Il film nella prima metà, fino all’incidente di Benny procede a splendida velocità. Tutto fila come dovrebbe, occhieggiando a Pedro Almodovar, c’è Carmen Maura nel cast, e a molta storia del cinema, la vicenda avvince e convince ma d’un tratto tutto inizia a traballare. Purtroppo. Dal momento in cui il fratello minore decide di portare a termine il lavoro di Tetro, concludere una pièce autobiografica abbandonata da anni sulla figura paterna castrante e misteriosa, tutto declina, il film si fa lento e fastidioso. Stantio e ridondante. Se già prima, quando il film aveva entusiasmato, erano stati inseriti dei frammenti a colori nel flusso in bianco e nero e questo aveva galvanizzato per l’uso sapiente del flashback e del montaggio, ora, questi inserti si fanno estenuanti con la novità di brevi sequenze digitali rappresentanti scene di ballo che metaforizzano banalmente le vicende dei personaggi e simboleggiano la fragilità dei legami e delle emozioni. Troppo semplice, banale, affidarsi a questi mezzi quando il nome in cima al cartellone è quello di Francis Ford Coppola.
Si evince che Coppola trova nel mito greco e nella psicoanalisi una soluzione al suo film. Di rimozioni, conflitti irrisolti e pulsioni primarie inizia a infarcire il racconto che diventa scontato e fastidioso. Fratelli che son padri, padri che devono essere uccisi dai figli, madri che sono amanti e il tutto in salsa di pomodoro al basilico Corleone. Le sequenze drammatiche della veglia funebre del padre si tingono di colorazioni che rimandano a l’epocalità padrinesca delle successioni, delle famiglie che devono andare avanti sempre e comunque e, infatti, il film si chiude con Tetro che dice:“Siamo una famiglia.”
Coppola è da un po’ in crisi artistica: il ruolo di ex-genio ostracizzato da Hollywood; la figlia stimata e brava e il figlio astro nascente che lo relegano a capo dell’American Zoetrope Production che più di un sonno gli ha rovinato; l’ultimo insuccesso- piaciuto molto a chi scrive- di Un’altra giovinezza (Youth without Youth, 2007). Il dubbio che resta è perché lasciar franare tutto nello scontato e banale psicologismo e citazionismo quando si ha in mano, fino a metà, un film perfetto? Per di più quando si tratta di un film che si è anche scritto e tanto amato?
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