Recensioni

Prima storica collaborazione tra Netflix e Mediaset, Ultras è l’esordio nel lungometraggio di Francesco Lettieri, regista “icona” dell’it-pop contemporaneo – suoi i videoclip dei singoli estratti da Evergreen di Calcutta – e (soprattutto) dell’acclamato progetto visivo/musicale LIBERATO. Parte dell’enorme successo del misterioso cantautore napoletano è da attribuire alla diffusione virale dei video di Lettieri, abile nell’aver creato un interessante racconto cinematografico attorno agli undici brani che compongono il self-titled album di debutto. Infatti, fondamentale per capire lo sguardo di Lettieri in Ultras, è il trittico di videoclip (TU T’E SCURDAT’ ‘E ME, INTOSTREET, JE TE VOGLIO BENE ASSAJE) legati da una piccola storia d’amore destinata a concludersi, quella tra due adolescenti della Napoli odierna: nella calda e lucente – quasi sempre al tramonto – cornice di una città romantica nella sua decadenza, un organismo che manifesta sfacciatamente l’accumularsi del tempo, due ragazzi conoscono per la prima volta il significato dell’amore, inseriti nel flusso di una tipica adolescenza fatta di scorrazzate in motorino, tuffi al porto e panini dei food-truck notturni. Con la sua camera a mano, Lettieri dimostra una passione smisurata per i suoi protagonisti, colti nei dettagli dei loro corpi (bellissima la piccola sequenza del primo rapporto), e per un paesaggio urbano descritto da insegne al neon, murales degli ultras napoletani (a un certo punto si può notare la parola «diffidati»), piccoli bar con biliardo e slot machine, piazze storiche, rioni portuali, barche, scogli e palazzi condominiali da cui si affaccia il cuore pulsante della città (i suoi abitanti).

Dopo i titoli di testa, messi a comparsa su un montaggio che unisce la prima apparizione ufficiale di Maradona nel Napoli (1985) ad una serie di reali e violente sommosse dei tifosi, Ultras si apre su un gigantesco murales dedicato a un giovane apache (nella finzione si chiamano così gli ultras napoletani), che si scoprirà poi essere stato ucciso durante una trasferta nell’odiata Capitale. Sul muretto di fronte al dipinto (su cui è scritto in un azzurro sbiadito «Sasà vive») è seduto Angelo (Ciro Nacca), fratello minore del defunto, in attesa che i suoi amici lo vengano a prendere in motorino per andare allo stadio San Paolo e unirsi al gruppo di apache di cui vogliono disperatamente fare parte. Quest’unica inquadratura riassume in breve il percorso drammaturgico di Angelo, diviso tra la voglia di normalità con gli amici e la ragazza – la bella colonna sonora firmata da LIBERATO inserisce TU T’E SCURDAT’ ‘E ME e subito capiamo da dove vengono certe scelte narrative ed estetiche – e il bruciante desiderio di vendicare il fratello, facendosi coinvolgere nella “rassicurante” brutalità di un gruppo che vive in funzione del gruppo stesso e si auto-disciplina con l’aggressivo abbraccio di un coro. È come se la città stessa, con le sue molteplici stratificazioni, gli ricordasse continuamente quale sia la via da intraprendere, la tragicità di un destino segnato, e Lettieri spinge verso questa direzione inserendo nelle inquadrature (che spesso scorrono dai dettagli ai campi lunghi) elementi scenografici in funzione di memento mori (i murales, gli striscioni, i tatuaggi, i piercing…). Ma per quanto possa risultare interessante questo approccio e per quanto il regista parli della sua Napoli in modo leggermente differente da quella descritta nei capisaldi del neo-neorealismo italiano (dal Gomorra di Matteo Garrone a La paranza dei Bambini di Claudio Giovannesi, entrambi nati dalla penna di Roberto Saviano), è impossibile non notare un’appiccicosa affinità con queste (ormai) imprescindibili fonti d’ispirazione, che continuano ad essere depredate del significato e della costruzione dell’immagine.

Mentre l’intreccio dedicato ad Angelo assume poi la funzione di un’appendice (o conseguenza) del film, a ricevere più attenzioni (in superficie) è il percorso speculare di Sandro il “Mohicano” interpretato da Aniello Arena (indimenticabile protagonista pirandelliano di Reality di Garrone). Elevato a storico e ideale capo degli apache ed espulso dalle stagioni calcistiche (un cosiddetto “diffidato”), il personaggio incarna la crisi d’identità di un ultras “dei tempi d’oro” (gli anni Ottanta di Maradona). Le uniche due persone che gli garantirebbero una via di fuga sono la nuova fiamma Terry (Antonia Truppo) e Angelo, per il quale si pone come una guida spirituale/figura paterna (e probabilmente lo è stato per molti altri giovani tifosi). Ad Arena Lettieri dedica il piano sequenza d’apertura. Seguendolo con la macchina da presa, di Sandro si nota inizialmente la rasatura e il gilet di jeans (un marchio estetico) e solo in seguito ne vediamo il volto. Qui sta la genialità del casting nell’aver ingaggiato un attore che contraddice il fisico muscolare e l’atteggiamento virile con la bontà e serenità degli occhi, esemplificando alla perfezione la lotta interna del personaggio. Ma proprio come succede ad Angelo, che non riesce a schivare la vorticosa spirale degli apache, Sandro è portato verso la tragedia, costantemente influenzato dalle icone sacre/profane sparse per Napoli («noi ci crediamo come alla Madonna» si dice in riferimento agli azzurri), dal ricordo dei tempi che furono, da quel mega striscione che custodisce gelosamente in una chiesa abbandonata («Spirito selvaggio») e che dovrebbe incarnare la natura di un ultras; «fu in quel momento che capii che non vivevano per loro stessi, né per i figli, né per altro. A loro importava solamente come giocava il Napoli ogni domenica» dice Maradona nell’emozionante documentario Diego Maradona di Asif Kapadia.

Purtroppo, il peccato mortale di Ultras è l’aver allontanato il calcio da una storia che è strettamente connessa a esso (un po’ come gli stessi “diffidati”). A differenza di Kapadia, che comunque gli dedica solo una piccola parte del biopic, Lettieri non riesce a intrecciare la fede calcistica con la degenerazione delle tifoserie, a scandagliare la fenomenologia di una passione tanto veniale e “animalesca” (verrebbe da dire “squadrista”) quanto ormai parte di un certo immaginario reale (non di finzione) a cui il film vorrebbe disperatamente aggrapparsi. Così facendo, come molte altre produzioni italiane destinate allo streaming o alla televisione (uno su tutti, Baby di Netflix), tutto è ricollegato al fascino indiscreto della superficie, dell’estetica fine a sé stessa che ricrea un’atmosfera senza mai entrarci veramente dentro. Infatti, da come si capisce a metà film (il momento esatto in cui i numerosi spunti iniziano a sfilacciarsi), l’enorme talento immaginifico del regista napoletano si perde dentro la ricostruzione – esclusivamente – visiva di quello che lui pensa della tifoseria più accanita (veritiera o meno), fatta di figure prive di spessore che si muovono furiose nello spazio vorace e inglobante di Napoli solo in quanto soprannomi “di guerra” (Mohicano, Barabba, McIntosh, Pechegno, Gabbiano) o indumenti “bellici”; significativa è tutta la seconda parte di Ultras in cui la sceneggiatura accumula in maniera raffazzonata situazioni, scontri, deviazioni, colpi di scena al fine di un sensazionalismo sfiancante per la sua poca originalità (terribile la parabola finale).

Così, ironicamente, ci si ricorda di quella scena posta poco dopo l’inizio, quando Sandro spiega ad Angelo che cosa siano gli spaghetti alle vongole fujute (lett. “scappate”): spaghetti senza vongole che, grazie alla presenza abbondante di prezzemolo, danno l’illusione che ci siano. In questo caso, la sensazione che rimane è che Lettieri abbia voluto spingersi troppo oltre per il suo esordio nel lungometraggio quando, date le sue potenzialità ampiamente dimostrate, bastava ripartire dai semplici e vivi racconti che lui stesso aveva fatto nascere dalla musica di LIBERATO.

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