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Lo scorso fine settimana sono stato a Napoli. Stavo passeggiando sul lungomare verso Castel Dell’Ovo, quando sono passato davanti alla Fontana del Sebeto. Immediatamente ho pensato al video di TU T’E SCURDAT’ ‘E ME, e come me hanno fatto almeno due coppie di ragazzini che sono passate di lì in quello stesso momento, ricordando la canzone ad alta voce. Questo per dire cosa? Che il re-branding di Napoli operato dal progetto dà i suoi frutti ed è evidente spesso a prescindere dal suo aspetto strettamente musicale. Nel 2017, quando il fenomeno è esploso, scrivevo di Liberato paragonandolo ad una pizza all’ananas. Dopo due anni, con il giochino dell’identità misteriosa ormai sfumato – davvero qualcuno ancora si diverte a giocare al toto-Liberato? – e l’effetto sorpresa ormai ampiamente smaltito, il guaglione incappucciato torna con un album vero e proprio e una breve serie di video (4 episodi da circa 4 minuti l’uno). Dei pezzi contenuti nell’eponimo debutto solo cinque sono inediti, ma va detto che un disco compiuto era probabilmente necessario per tirare le fila del progetto. 

E allora dopo aver rubato la cover a Shlohmo, pronti via: tra i nuovi episodi c’è di tutto e un po’, tra le solite sfoglie urban e qualche apparente “osata” messa lì più per senso del dovere che altro. C’è la languida dancehall di OI MARI, il cavallone EDM con i soliti flautini surgelati di TU ME FAJE ASCÌ PAZZ’, il reggaeton di GUAGLIÒ con caotico sbarattolamento finale sperimentale ma non troppo, la furbata tra eurodance e citazione al 2° Coro delle Lavandaie (NUNN’A VOGLIO ‘NCUNTRÀ) e una bella ballatona romantica (NIENTE). Il tutto funziona? Funziona alla grande. Le produzioni sono ottime (sembra di sentire la mano di un Populous in più di un’occasione) e i risultati sono delle hit appiccicose ma intriganti. Le melodie ci sono e i testi sono l’ultima cosa da guardare.

Quella di Liberato resta quindi una piacevole cartolina da una Napoli ripulita e ri-romanticizzata, sicuramente già storicizzabile come episodio di costume di questi anni Dieci a fare il paio con l’istantanea più dark fornita da Gomorra. È un prodotto pop ben confezionato e che può risultare anche esportabile, oltre che replicabile: basti sentire Francesco Da Vinci, del team di Guè Pequeno, nell’edizione di quest’anno di The Voice. Stiamo parlando di un talent, è vero, e la musica sta da un’altra parte (come ogni buon reazionario che si rispetti ama sempre chiosare). Ma sono segnali indicativi. E poi uno va a guardare e scopre che il suddetto Da Vinci compare proprio nella soundtrack di Gomorra. E il cerchio si chiude.

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