Recensioni

7.2

Vive la sua musica coi tempi pre-internet, la dark lady Francesca Lago, e fa bene, perché certe musiche vanno lasciate decantare e devono essere assorbite col giusto ritmo. Così Mirrors Against The Sun giunge a distanza di ben 4 anni dal precedente Siberian Dream Map, uno iato siderale considerata la velocità estrema delle musiche d’oggi ma significativo eccome; come se la cantautrice italiana ma svizzera d’adozione ci si fosse volontariamente persa in quel reticolo onirico, oscuro e tentacolare che aveva tentato di mappare con l’album precedente. Ora è apparentemente il sole a farla da padrone, almeno nel titolo di questo ritorno, ma c’è sempre la volontà di schermare la luminosità (stavolta con degli specchi metaforici), giocare con le ombre e i chiaroscuri, mostrarsi in un vedo/non vedo che è seduzione al primo ascolto. Dopotutto, la cifra stilistica di Francesca Lago è quella e ci meraviglierebbe il contrario, voce, chitarra e poco altro: il violoncello del fido Zeno Gabaglio (avvistato ultimamente anche con gli ottimi Niton, oltre che in solo) che avvolge e rende più caldo lo spettro sonoro dell’album (ottimo esempio è DNA), la batteria (più piano, qualche chitarra e synth) del polistrumentista Leziero Rescigno (già con La Crus e Amour Fou), l’ospitata della chitarra noise di Max Lotti in Modular C, non ledono la leadership del lavoro, sempre in mano alla chitarra e soprattutto alla voce (per non dire della penna) della protagonista. Mirrors Against The Sun è un disco al solito di una eleganza abbacinante, travagliato come dev’essere un lavoro intimo e introspettivo (è Francesca Lago stessa a considerarlo la conclusione di un percorso iniziato addirittura nel 2009 con The Unicorn), pieno di spunti che hanno come baricentro il cantautorato emotivo e a forti tinte oscure della Lago ma non si negano intarsi e intrecci tra quello che un tempo si sarebbe detto alternative-rock, momenti più dilatati e visionari, passaggi quasi da post-rock chitarristico mai saturo quanto onirico ed evocativo. Ne esce un album vario eppure dotato di una sua coesione interna, appassionato ma al tempo stesso algido e cristallino, mai sopra le righe seppure in grado di infilare una serie di passaggi (Greedy, l’opener Where Do We Go, l’esplosione malinconico-sonica di The Desert, Modular C) che farebbero invidia a tante altre, più celebrate songwriters.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette