Recensioni

Mai titolo fu più appropriato. Siberian Dream Map, non l’esordio della cantautrice milanese Francesca Lago come potete leggere altrove, è un album che crea percorsi e ricostruisce immaginari.
Pochi gli elementi in ballo: la batteria di Francesco Miccolis; il basso essenziale di Marco Ferrara; il cello poetico di Zeno Gabaglio. E infine, chitarra e voce della Lago. Quest’ultima soprattutto, insieme alla maestria nel creare paesaggi sonori tanto classici quanto irresistibili, è il perno intorno a cui vive questa mappa onirica. E notturna. Sì, perché nei dodici affreschi che costituiscono l’album aleggia un senso di malinconia quasi spettrale, nervosa. Ascetica ma mai asettica, quanto piuttosto struggente e abbagliante nel profondo lirismo che la innerva.
Siberian Dream Map ha molte frecce al proprio arco: un songwriting cristallino, innanzitutto. Mai banale nel suo procedere visionario tra viaggi lunari alla ricerca del senno dello sperimentalismo e debordante soggettività. Quindi i contrappunti strumentali: essenziali, mai sopra le righe, nemmeno nei momenti più aggressivi in cui a tornare in mente sono sfocate figure pjharveyane immerse nella schiuma Sturm und Drang.
Infine, la voce della Lago e la sua sensibilità. Femme fatale e fanciulla, malinconica e speranzosa, in grado di fondere apparenti idiosincrasie in una poetica del divenire che non si accontenta di una eccellente compiutezza, ma lascia sempre spazio all’immaginazione. Tre indizi per un colpo perfetto.
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