Recensioni

Proviamoci. A non citare l’Irlanda, Joyce, l’hype e la poesia. A non farci scappare nulla sul nuovo album, Romance, in uscita ad agosto e sulla conseguente lunga chiacchierata con il gruppo. Dopotutto, la promozione ha le sue tempistiche e vanno rispettate. Cosa rimane? L’impatto. Quello dei loro brani, quello dei loro concerti. Se esiste un podio dei gruppi in circolazione assimilabili alla tradizione rock, la certezza è che di posto, per i Fontaines Dc, ce n’è. Eccome.
“La tradizione non è qualcosa che si riceve in eredità, ma qualcosa che si costruisce ogni giorno” diceva Gae Aulenti. È quello che il quintetto ha fatto sin dall’inizio con le sue radici sonore, geografiche, letterarie. È quello che continua a fare nei concerti, dove l’approccio è anacronistico: in un periodo in cui il live è perfetto, uno spettacolo costruito al secondo, i Fontaines Dc suonano – bene – come fossero a uno di quei contest dove i gruppi emergenti cercano di strappare un contratto discografico a piccole etichette indipendenti.
Con questo approccio, i brani di Dogrel suonano piuttosto simili alla versione su disco, così come quelli di A Hero’s Death. Mentre le canzoni di Skinty Fia sono spogliate di possibili sequenze che emulano la (post)produzione in studio. Il piglio è punk, molti brani velocizzati. Poi, ci sono loro. E, soprattutto, Chatten.
La tensione che trasmette nasce dall’equilibrio precario tra il suo mondo e quello esterno. Cioè, lui rimane dentro un guscio: si muove con un tempo che non coincide con quello delle canzoni, gira attorno al microfono, fissa un punto mentre attorno a lui c’è l’inferno o salta prima che esploda un attacco. Quel guscio, però, ha delle fessure. Da lì passa il legame con il pubblico, che fomenta alzando platealmente le braccia, come a sollevare un macigno. Lo fa quasi sempre mormorando qualcosa.
Gli altri non fanno altro che esprimere le loro personalità: Carlos O’Connell e la sua spavalderia, Tom Coll a tenere incollate potenza, precisione e la sua natura schiva, il mondo cinematografico di Conor Curley e quello opalino di Conor Deegan III. In questo scarto tra persone e performer, che a volte è davvero minimo, si sviluppa gran parte del fascino che il gruppo esercita dal vivo.

L’ho scritto più volte e mi capiterà ancora, credo: i Fontaines Dc sul palco sono magnetici, ti attraggono nel loro mondo. Ci entri pian piano, tra un pezzo tiratissimo e un altro dilatato. Sì, è come la storia del pifferaio magico. Lui, però, all’epoca, non aveva avuto un passaparola che rimbombava tramite i social.
Così, i Fontaines Dc, due giorni dopo aver suonato a La Prima Estate, arrivano a Roma. L’inizio con Romance fissa subito l’asticella: potenza di suono, capacità di tenere il palco, aggressivi giochi di luce. Jackie Down the Line è un inaspettato singalong – con tanto di “do do do, la la la” urlato a pieni polmoni dal pubblico – e Televised Mind si conferma dal vivo una fucilata psichedelica. Continua così l’intreccio di brani degli ultimi due album: la malinconia di Roman Holiday, le viscere da cui arriva Big Shot, i ritornelli sillabati di I Don’t Belong e il carrarmato Skinty Fia. Chequeless Reckless suona come in Dogrel ma, dato che lì è stata registrata in presa diretta, protremmo dire che suona sempre uguale. Nella migliore delle accezioni: sfrontata, ipnotica e robusta.
L’accoppiata A Hero’s Death e Big piove su un Auditorium che si divide tra chi fa crowd surfing, chi subisce l’ipnosi collettiva di questi ragazzi e chi canta i pezzi cercando di stare appresso ai rallentamenti e allungamenti di Chatten. How Cold Love Is è una rincorsa per prepararsi a un tifone che si origina dalla sequenza A Lucid Dream, Too Real e Nabokov, prima di stendere i muscoli in Sha Sha Sha e cedere allo scintillio di Favourite. Boys in the Better Land suona ormai come un classico, con gli accordi iniziali di chitarra ad accendere la platea, pronta a prendersi in faccia il ritornello. E, a proposito di ritornelli, quello finale di Starburster, primo brano dell’encore, viene giustamente allungato: l’effetto call and response con il pubblico funziona troppo bene. Infine, I Love You e il momento catartico – questa volta durato quel tanto meno per evitarci gli occhi lucidi – che è sempre intriso di spiritualità.
Cosa rimane? Hurricane Laughter. Un brano che dal vivo ti fa davvero vedere la carta da parati che viene giù dai muri. Ma non l’hanno fatta. Ed ecco il punto: i Fontaines Dc possono permettersi di fare anche questo. Immaginate con il nuovo album a cosa dovremmo rinunciare ai loro concerti.
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