La questione irlandese dei Fontaines Dc. Intervista a Carlos O’Connell
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Fernando Rennis
- 11 Aprile 2022
«Nessuno capisce?»: si dice che queste furono le ultime parole di James Joyce, riferendosi alla critica comune sulla complessità delle sue opere. Carattere tempestoso – beveva alla Shakespeare and Company con Hemingway, causando risse alle quali doveva poi irrompere il compagno di conversazioni etiliche – quel «nauseabondo studente universitario intento a grattarsi i brufoli», come lo descrisse amorevolmente Virginia Woolf, pubblicava cento anni fa il suo Ulysses, in cui, tra le altre cose, sosteneva che «l’arte deve rivelarci idee, essenze spirituali informi».
Era inevitabile finire a parlare di questa ricorrenza con Carlos O’Connell dei Fontaines Dc. Il quintetto sta vivendo un periodo estremamente creativo e dopo A Hero’s Death prosegue il suo viaggio nella irishness con Skinty Fia. Il titolo del terzo album dei dublinesi si traduce letteralmente come “la dannazione del cervo”, ma è allo stesso tempo usato come imprecazione quando, per esempio, capita di sbattere in uno spigolo di casa: alto e basso, sacro e profano, poesia e gergo. Un po’ come Joyce, i Fontaines Dc riflettono su cosa significhi essere irlandesi, riuscendo a incubare in questo processo emozioni globalizzanti.
O’Connell, che si è trasferito a Parigi mentre il resto del gruppo è stanziato ora a Londra, mi dice che è davvero orgoglioso di questo disco. Concordiamo sin da subito sul fatto che la band ha trovato la verità in quello che sembrerebbe a tutti gli effetti un paradosso: maggiore potenza nel rallentare il ritmo. Energici beat, un’elettronica più marcata e una dimensione cinematografica rendono Skinty Fia un’esperienza, un viaggio da affrontare dalla prima all’ultima canzone. «È un po’ come quando pubblichi il tuo primo album», articola O’Connell, «non sai cosa aspettarti, ma in questo caso abbiamo imparato a costruire brani che esaltano le nostre caratteristiche, spingendoci più in là in termini di scrittura, sia sul fronte musicale, sia su quello testuale».

Sono passati tre anni da Boys in the Better Land ed è impressionante il percorso breve eppure prolifico, in costante maturazione nonostante la pandemia di mezzo, che i Fontaines Dc stanno facendo. Da un brano tutto muscoli e frenesia a canzoni spalmate su pellicola dove scarseggiano i riff di chitarra perché tutto è piegato al racconto teatrale in note e parole. Quando vediamo Grian Chatten immerso nell’oscurità di una chiesa flebilmente osteggiata da una moltitudine di candele nel video di I Love You non abbiamo bisogno di altro: la rappresentazione della vita è già in atto. Carlos si riallaccia alla mia suggestione cinematografica: «Credo sia una buona chiave di lettura per questo album. Skinty Fia è cinematografico, evoca visioni, racconta storie che sono ancorate in narrazioni potenti”. Per O’Connell questi tre anni sono stati una costante ascesa verso la libertà dalla struttura classica delle canzoni, un’indipendenza raggiunta perché il quintetto ha imparato ad assecondare il racconto.
Controllare l’impatto energico, costruire spazi tra le trame degli arrangiamenti. È questa la formula che i Fontaines Dc hanno fatto loro per affrontare una vera e propria sfida al loro processo creativo, a quello che avevano fatto fin qui. Sotto questo punto di vista, Skinty Fia è un album ambientale, lontano da quel pugno in faccia che era Dogrel. Il chitarrista mi dice in proposito: «Quel disco non poteva che suonare in quel modo; è il risultato di cinque persone in una piccola stanza. Buona la prima ed era tutto lì, la strumentazione era quella e noi eravamo quelli lì. Ora abbiamo il tempo e i mezzi per lavorare sui dettagli, sono quegli spazi eterei a rappresentare la possibilità d’intervenire e rendere il racconto più esperienziale».
Secondo me Dogrel era il racconto di una Dublino dalla quale i Fontaines Dc volevano scappare, A Hero’s Death il resoconto di un viaggio attorno al mondo con la voglia di tornare a casa. Quando propongo questa mia visione vengo amabilmente contraddetto da O’Connell: «In realtà credo che con Dogrel volessimo scavare nel romanzo di Dublino, avevamo bisogno di capire cosa fosse davvero quella città in una dimensione scevra dal racconto tradizionale. Sentivamo la magia, ma non la vedevamo». Carlos prende il largo e si immerge in un discorso profondo in cui mi dice che il colonialismo è ancora presente in qualche misura nella centrale e multiculturale Londra, che dipinge gli irlandesi ancora come “strani” e, addirittura pericolosi. Infatti, a ispirare il brano d’apertura In ár gCroíthe go deo, traducibile con “per sempre nei nostri cuori”, è stata la cronaca: una famiglia irlandese in causa con la chiesa d’Inghilterra perché impossibilitata a usare la propria lingua – ritenuta “provocatoria” – sulla lapide di una cara defunta.
Insomma, «l’idea è che se sei irlandese in qualche maniera sei un terrorista». Perciò si combatte questo assioma trovando conforto nella propria identità, rifugiandosi nel senso di appartenenza e, allo stesso tempo, denunciando quello che non va in Irlanda. I Love You sintetizza proprio il punto e O’Connell cita il brano per proseguire nella sua lucida analisi: «Il nostro paese è governato da gente a cui non importa nulla, non crede a niente. L’Irlanda è un esempio di come gli affari vengano prima delle persone, mentalmente è uno dei paesi più ricchi d’Europa ma la qualità della vita non corrisponde a questo patrimonio».

Forse i politici irlandesi dovrebbero leggere Joyce, perché «l’arte è l’unica cosa che resiste al tempo. I governi e le loro decisioni non durano per sempre. Nemmeno i soldi. Ma l’arte è progresso». O’Connell cita Luke Kelly, cantante dei Dubliners e famoso anche per aver interpretato a teatro il ruolo di Erode nel musical Jesus Christ Superstar. Recita a memoria parte del testo di For What Died the Sons of Róisín, una poesia dello stesso Kelly scritta in occasione dei cinquant’anni dagli eventi della Easter Rising, una rivolta indipendentista avvenuta nel 1916 e risoltasi con l’esecuzione dei suoi leader.
Tornando alla musica, Skinty Fia è il risultato di un processo naturale. Per O’Connell è stato anche il ritorno alle scoperte adolescenziali come i Nirvana (Ciao, Jackie Down The Line!), Primal Scream e Pop degli U2 – lo stesso gruppo che Carlos mi aveva citato nell’estate 2020, quando gli avevo chiesto cosa stesse (ri)scoprendo in quel periodo – e Death In Vegas. Quello che emerge è la difficoltà, alla luce degli ultimi due album, a trovare un’etichetta sonora ai Fontaines Dc: a Spotify avranno qualche problema per le playlist e il chitarrista mi confessa candidamente di sperare che sia così a lungo.
Quando l’intervista sta per finire, ci ritroviamo con O’Connell a riflettere su quante cose siano cambiate dall’ultima volta che abbiamo parlato, in occasione dell’uscita di A Hero’s Death. Lui mi confessa che la band sta soffrendo gli incontri con la stampa in questa campagna promozionale perché «la maggior parte ci mette all’angolo, liquidandoci come “i Fall che mettono in musica Yeats” e, di fatto, non volendo sapere cosa pensiamo, cosa ascoltiamo e come siamo arrivati a Skinty Fia». Approfondiamo l’argomento, convenendo su una certa pigrizia giornalistica a scavare nelle persone dietro i personaggi e ragionando sul fatto che si parla tanto dell’Irlanda quando si citano i Fontaines Dc, ma non tanto come questi ultimi percepiscano il proprio paese.
E, allora, ecco che la chiave per comprendere il fenomeno Fontaines Dc è custodita nei loro brani e in quella forza catalizzatrice che sprigionano nei loro concerti. Da questo punto di vista Skinty Fia è uno snodo per l’ascoltatore e un «posto in cui ci troviamo completamente a nostro agio» per la band. Una band che sta vivendo un periodo fortunato, ma che, come per il concetto sull’arte espresso precedentemente, è decisamente destinata a restare. Per nostra fortuna.
