Recensioni

Partiamo dal contesto, perché questa volta non è solo contorno. Ad agosto 2023, Florence Welch ha rischiato la vita a causa di una gravidanza extrauterina che ha richiesto una chirurgia d’urgenza a metà dello scorso tour. Se si vuole semplificare il tutto – ma allo stesso tempo essere chiari – non si può non considerare Everybody Scream, il suo sesto album, come la colonna sonora di quel trauma.
Rewind. Per quasi due decenni, Florence Welch è stata dipinta a ragione come una sorta di sacerdotessa pagana il cui brand — costruito su capolavori barocchi come Lungs (2008) e Ceremonials (2011) — era fondato su una certa catarsi da stadio. Arpe pizzicate, percussioni tribali, cattedrali come scenografie e ritornelli memorabili. Dog Days Are Over, Shake It Out, Spectrum avevano quell’approccio da esorcismo di massa da cantare a squarciagola.
Anche i suoi lavori successivi, dal rock muscolare di How Big, How Blue, How Beautiful (2014) alla riflessione sulla performance di Dance Fever (2022), mantenevano quella promessa, anche se virandola verso prospettive più 70s, fatte di un’eleganza diversa: davamo a Florence un pezzo del nostro dolore, e lei ce lo restituiva come un inno glorioso, curativo.
Poi, quella gravidanza ha cambiato un po’ le carte in tavola. Con Everybody Scream, sembra che la cantautrice londinese voglia smettere di recitare la parte dell’eroina tormentata da pene amorose, per aprirsi verso una (passateci l’immagine) autopsia dell’anima sanguigna e, talvolta, molto cruenta.
La mossa più astuta in questo senso è l’ingaggio di Aaron Dessner (l’architetto del suono e chitarrista dei National, nonché di Folklore e Evermore dell’amica Taylor Swift) e in parte di Danny L Harle. Se quest’ultimo aggiunge un pizzico di hyperpop (Drink Deep, Sympathy Magic), Dessner, in particolare, è abile nel non trasformare il progetto in un ennesimo album di ballate indie buone per un cottage nel bosco o per rispolverare qualche camicia di flanella; orchestra invece qualcosa di più ambizioso che fonde atmosfere horror, rituali messianici e ispirazioni mistiche, richiamando una Giuliana di Norwich del XIV secolo con le sue visioni estatiche e la teologia radicale dell’amore divino, le metamorfosi kafkiane (che gioiello è Kraken?) e la letteratura gotica delle sorelle Brontë e di Mary Shelley.
Nonostante l’abbondanza di materiale e le premesse, la prima cosa che colpisce di Everybody Scream è l’assenza quasi totale di melodie facili e di ritornelli, una caratteristica già esplorata negli ultimi lavori, ma qui portata alle estreme conseguenze, dal fatto che le canzoni di questo disco assomigliano più a confessioni nevrotiche. Florence ci vuole portare nel dettaglio del suo dolore, negandoci deliberatamente la catarsi facile, il “ponte” liberatorio, il coro da stadio. L’urlo (lo scream) del titolo non è per niente un hook melodico.
L’urlo (della title track e dell’album) è piuttosto condito da un organo e da un ritmo glam-rock decadente e martellante che odora di T. Rex e Marc Bolan, a metà fra festa macabra e film horror A24. Dove in passato c’erano gli urletti la ritmica luminosa anni ’70, qui ci sono le urla di un “coro di streghe” (l’Idrîsî Ensemble e il Deep Throat Choir) che ci intima (minaccia?) di ballare. Una sorta di compulsione che può portare tanto al delirio quanto alla gioia: è l’antitesi di Dog Days.
Da qui, l’album si muove per contrasti violenti. One of the Greats è quello più vicino a un nuovo “inno” si possa trovare, ma si fonda su una chitarra sporca e sferragliante (imbracciata sapientemente da Mark Bowen degli Idles) sulla quale Flo sputa veleno sul sessismo dell’industria musicale. Il suono si conferma genuinamente post-punk, una PJ Harvey d’annata che rilegge i Velvet Underground. Non mancano momenti acustici minimali (Music by Men), la ballata straziante alla Joni Mitchell di Blue, il punto in cui la Florence di Ceremonials sarebbe esplosa in un crescendo operatico (chi si ricorda What Kind of Man?), ma che qui, invece implode.
Intendiamoci: nonostante il desiderio di radere tutto al suolo e poi ricostruire, persiste qualche collegamento con il passato. Brani all’apparenza più radiosi come Witch Dance e Sympathy Magic bilanciano bene la sperimentazione con la nostalgia del passato. Le percussioni tribali e martellanti richiamano quelle di Lungs, ma non si tratta più di indie-pop facile. C’è un “suono antico” (anche nella bella Perfume And Milk), che serve tanto per legittimare il dolore femminile (la near-death experience diventa simbolo della persecuzione storica delle donne), quanto per smascherare la “Magia” moderna (la vacuità della spiritualità new age da social media, la critica feroce a chi cerca sollievo in pratiche mistiche come i tarocchi su TikTok o le app di meditazione).
Menzione d’onore per l’uso di cori. Questi, spesso armonizzati in modi che suonano “sbagliati” all’orecchio pop, creano un tappeto sonoro costantemente inquietante. Anche quando la strumentazione si calma, come nella spettrale e bellissima Drink Deep (dove i rintocchi di un tamburo antico incontrano campanelli a vento), le voci strisciano sotto la pelle. È folk-horror. È Midsommar che incontra The Wicker Man.
Per un brano evocativo come Buckle, scritto insieme a Mitski, ce n’è uno più magniloquente: You Can Have It All sfoggia la grandeur caotica di una theme song di James Bond e la potenza vocale di una Shirley Bassey. Sembra un classico crescendo alla Florence, ma il testo shakespeariano (“A piece of flesh, a million pounds / Am I a woman now?”) ne smonta dall’interno la grandiosità, trasformandolo quasi in una parodia di se stesso.
E forse, Everybody Scream è proprio questo: un atto di (auto)sabotaggio che, proprio per questo, diventa il suo disco più onesto e feroce. Demolisce il brand (Florence + The Machine, la radiofonia) per rivelare la persona (Florence Welch, il monolite), ancora ferita. Senza darci la soluzione o la purificazione, Florence ci mostra la ferita, ancora aperta. E non c’è ritornello che possa suturarla.
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