Recensioni

Florence Welch è una creatura fuori dal tempo. Non solo perché sembra uscita da un quadro di Millais, ma per il suo continuo oscillare tra la potenza e la fragilità. Riesce a essere carnale e spirituale, contemporanea e rinascimentale. Il suo concerto è un rituale che ferma il tempo e celebra la voce e la presenza di un soggetto preraffaellita che prende vita per poi tornarsene nella sua tela. Quando sale sul palco degli iDays i pianeti si allineano: è il suo concerto, è il suo palco, è il suo pubblico. Lei fa ciò che vuole con la sua grazia e la sua voce. Peccato non aver suonato What the Water Gave Me e What Kind of Man, ma non le si può rimprovevare nulla, anche perché ha un pubblico fedelissimo, eterogeneo e pronto a celebrare un rito catartico durante il quale Welch non si risparmia; la sua voce è impeccabile, la sua band è precisa. Ci sono artisti che si adattano al pubblico e altri che il pubblico lo fanno entrare nel proprio mondo. Welch appartiene alla seconda categoria ed è una fuoriclasse.

Ha avuto un’infanzia agrodolce, passata tra l’amore di sua madre per la letteratura ed episodi di vita non fortunati, come il divorzio dei suoi genitori e il suicidio di una zia bipolare, un evento che la avvicina ancora di più alla figura di Virginia Woolf. La musica arriva in età adolescenziale e prende le sembianze della babysitter di sua sorella, con cui Florence comincia a scrivere canzoni. Da qui è tutto un vortice di hit e performance intense: Lungs cattura le sue notti brave, messe alle spalle dall’austerità di Ceremonials. I successivi tre album danzano attorno a quella che nel frattempo è diventata persino una musa per il mondo della moda.

I fiori shakespeariani di Florence and the Machine sbocciano lì dove hanno imperato quelli baudelairiani dei Foals. Il ricomposto quartetto, messo alle spalle l’ambizioso romanzo dell’apocalisse in due atti Everything Not Saved Will Be Lost, ha passato gli ultimi due anni a comporre e suonare la colonna sonora perfetta per ballare su di un mondo segnato da guerra, pandemia e chi più ne ha più ne metta. Peccato che gran parte del pubblico non sia interessato al loro live perché i Foals sono tra i performer più potenti in circolazione. Scelgono una scaletta perfetta per l’occasione: improvvisano, giocano con i brani e sbagliano due note contate. A fine concerto, però, si conquistano gli applausi di tutti. Non è facile suonare davanti a un pubblico lontano da quello che fai, ma i Foals non si tirano indietro davanti alle sfide, che siano in studio o sul palco.

Sudan Archives è toccato aprire le danze. L’artista losangelina ha portato sul palco dell’iDays la sua commistione di musica africana, R&B e sperimentale che continua a mutare sin dall’omonimo Ep d’esordio del 2017. Il suo è un live impeccabile ed energico, ben calibrato e coinvolgente. Suonare presto in questo genere di eventi non è mai facile, ma chi ha il tiro giusto può farlo con eleganza. È il caso di Sudan Archives e del suo immaginario che ipnotizza il pubblico quando il sole è ancora alto sull’Ippodromo Snai. “Sembra di stare a Glastonbury” dice una ragazza a una sua amica durante un cambio palco. Effettivamente, i tre nomi in cartellone non capita così facilmente di poterseli godere in una sola serata. Una serata che ha vissuto un crescendo di intensità fino a quella Rabbit Heart che è stata pura liberazione per gente sudata, stremata e con gli occhi lucidi.

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