Recensioni

7.2

In La scomparsa di Majorana il cantato di Flavio Giurato è visionario e senza briglie come può esserlo un sogno, scollato da un logico e razionale qui ed ora (anche musicalmente) – un po’ come il Kurt Vonnegut di Mattatoio n. 5 – e assorbito da un flusso di coscienza irrefrenabile che fa capo solo allo stesso Giurato. Chi ascolta si ritrova ad assistere affascinato a un misto di racconti e dialoghi, armonici agitati dal suono squillante della chitarra acustica, allitterazioni e rime capaci di scandire il ritmo e le corrispondenze semantiche dei versi.

«Ci vuole un fatto personale che possa diventare proprietà di tutti perché nasca un pezzo», dichiarava il Nostro in un’intervista del 2008 rilasciata a Christian Zingales di XL. Certo è che il materiale di Giurato, non offrendo appigli musicali immediati, impone una lettura approfondita, intriso com’è di immagini fortissime e al tempo stesso angolari, come ad esempio quelle impresse sui due accordi angoscianti in In caso di cura («la malattia mentale, nascosta tra le pieghe, del saio delle suore»). Controparte strumentale di un fiume di parole fatto di cerchi concentrici che si inseguono è l’arpeggio fascinoso di Sidi Bèl Abbes, ipnotico come pochi altri. Il resto è un suono che si discosta dalla ricchezza musicale de Il tuffatore – forse l’album più noto di Giurato – tra suoni percussivi minimali e voci al servizio di visioni intuitive di stampo quasi lynchiano (Italia Italia e la bellissima e inquietante Tres Nuraghes), atmosfere ampie e nervose (La grande distribuzione), malinconico fingerpicking poliglotta (La scomparsa di Majorana).

“Magnetico” è l’aggettivo che potrebbe sintetizzare al meglio questo disco del musicista romano, lavoro che gode della produzione artistica di Piero Tievoli. Giurato ci insegna che, se ha ancora senso scrivere musica, l’unico modo per farlo è azzerare l’attualità, tagliare con i compromessi e ascoltarsi. Più che un disco, una lezione di vita.

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