Recensioni

7.4

Flavio Giurato è un cantautore di culto che ha inciso tre album a cavallo tra Settanta e Ottanta, per poi sparire per vent’anni. Il passaparola, le ristampe in CD (andate esaurite in breve tempo), l’omaggio resogli da diciotto scrittori nel 2004 nel libro Il Tuffatore (edito da No Reply) ed una scrittura visionaria e distante da chiunque altro hanno fatto sì che il suo nome non svanisse nell’oblio. A seguito di un mini CD nel 2002 ecco dunque il ritorno con un disco vero e proprio, da allora più volte rinviato. Non a causa di un parto sofferto, poiché gran parte della scaletta è già nota a chi frequenta i suoi sporadici concerti, ma probabilmente dovuto alla ricerca di un’etichetta, finché la lungimirante Interbeat gli ha concesso ospitalità.

Ma veniamo al disco: Il manuale del cantautore è senza dubbio un’opportuna introduzione per i neofiti, nonché la conferma di un talento ricco di estro per i suoi fan. Le novità stanno negli arrangiamenti e nell’allargamento della band che accompagna Giurato: un quintetto, guidato da Piero Tievoli alle chitarre, che trova compimento nell’aggiunta di un violoncello; un suono decisamente più corposo rispetto alle prove precedenti. La scelta di affidare tutti i brani a questa ricca compagine non è sempre vincente: Il caso Nesta resta insuperabile nella versione per sola voce e chitarra acustica; altrove invece la nuova esecuzione consegna una foggia originale a cavalli di battaglia come Silvia Baraldini e La giulia bianca. Il segreto del cantautore romano, se c’è, è racchiuso nell’accostamento (inconscio?) di pensieri e parole senza mediazioni, filtri o accorgimenti se non il voler inseguire un sogno fino a farlo divenire carne e sangue. Giurato usa le parole come fotogrammi, inquadrano un momento preciso nella storia (personale o collettiva poco importa), ma il senso sta nel loro essere sfocate, nell’evocare perdite, vertigini, smarrimenti, umori anziché certezze, proclami, volontà definitive.

Non pecca di presunzione intitolando il disco Il manuale del cantautore, perché le regole per scrivere una canzone efficace Giurato le conosce bene: ma pare non accontentarsi. I modelli di riferimento ci sono: De Andrè, il primo De Gregori, Piero Ciampi, scorci del Battisti dei primi ’70. Giurato però non segue quei percorsi, svicola e cerca strade poco battute negli ultimi anni. La title track, La tentazione, Centocelle (finora inediti), testimoniano l’ancoraggio al passato nei testi, nel voler narrare storie e situazioni reali sfumandole in poesia, e rivelano una precisa struttura pop nelle musiche: ora scarne, ora sin troppo cariche, con chitarre in primo piano, cori e lunghi passaggi strumentali.

L’ascolto ci riporta un Giurato apparentemente pacificato e risolto, ma si tratta di una distorsione indotta dal confronto con gli esordi: i guizzi di Praga e I dinosaurici dicono di un grande autore che sa ancora graffiare e ridare vita ed emozioni abusate, sa essere politico senza essere soffocante, terreno quando volge lo sguardo al cielo e sublime quando si affronta davanti allo specchio, trovandoci noi.

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