Recensioni

Anche solo ripensando alle copertine dei due precedenti album il messaggio non potrebbe esser più chiaro: quelle di Caprisongs sono canzoni che vestono per tre quarti la calzata dell’Hip Hop contemporaneo, quello che ingloba rap, trap, r’n’b, soul, dancehall e tutto ciò che, sul lato più squisitamente pop, da noi chiamano urban. La nuova Tahliah Barnett, contrariamente a quanti dopo aver letto la sua denuncia per abusi si aspettavano un Magdalene parte 2 fatto di introspezione, spinte avant e ricerca di sé, è una donna dallo sguardo felino che riparte dalle relazioni amicali/musicali per ricaricare l’energia dell’ispirazione con la consueta sensualità e inedito swag.
Propriamente, il nuovo lavoro non è l’LP3, e neppure un disco ritagliato per le classifiche, e neppure quel capri (fortunatamente) va riferito all’abbigliamento bensì all’astrologia, alla predisposizione mentale con la quale è stato prodotto (una donna padrona del proprio destino). Mixtape qui sta a una collezione di tracce che vorrebbero abbracciare l’ascoltatore, dagli conforto attraverso una rete di relazioni perché è proprio al centro di questa che FKA Twigs ha ritrovato se stessa dopo la traumatica relazione con Shia LaBeouf (che, per la cronaca, ha continuato la sua vita professionale. Da noi ha fatto notizia il suo coinvolgimento in un biopic su Padre Pio girato da Abel Ferrara…).
Attitudine e finalità completamente differenti da quelle che avevano animato Magdalene, riflesso di vicissitudini legate alla salute e all’amore e (proprio da queste premesse) acme e emblematica sintesi di una delle carriere che hanno marchiato a fuoco gli anni ’10, come sottolineava Zevolli in sede di recensione. Da quelle parti Twigs era una donna che ce l’aveva messa tutta per venir riconosciuta e apprezzata per ciò che era stata in grado di realizzare come autrice e interprete (e non come riflesso di gossipate relazioni), in Caprisongs l’obbiettivo è scalato e mai come ora diversificato nella resa stilistica (anche canora), un portato degli ospiti coinvolti e del numero di tracce che compongono la tracklist, ben 17 tracce, di cui tre interludi e vari dialoghi intra-tracce.
Tra queste, il primo singolo estratto aveva fatto pensare a una definitiva virata di Twigs nel mainstream. A co-produrlo, l’angelo custode di quasi tutto il lavoro, Pablo Diaz-Reixa in arte El Guincho, che nella gran parte delle nuove composizioni figuara anche nei panni di co-autore, un primo tra i pari all’interno della sopracitata cerchia. Senz’altro Tears On The Club – a cui ha partecipato anche una certa Alejandra Ghersi e uno che nel mainstream c’è dentro fino al collo ovvero Cirkut – è la cosa più pop che abbia mai fatto ma anche quella con la più popolare tra le star finora annoverate, The Weeknd (l’anticipata collaborazione con Dua Lipa non si è materializzata). Al solito la popstar canadese mette il sale sulle labbra a un pezzo dagli intrecci r’n’b e trap, idealmente completato dalla parte visiva, un videoclip in cui Barnett sfoga un’espressività e una complessità emotiva che passa dagli occhi, e dunque dal corpo, ancor prima che dalla musica.
A contorno quell’immaginario sci-fi, un compasso tra Blade Runner a Matrix, che è il terreno comune ai due musicisti il cui gusto musicale si è formato su produzioni anni 80s e soprattutto 90s, a partire da quelle dichiarate dei fratelli Jackson, Michael e Janet. Di lacrime sul dancefloor ne abbiamo senz’altro visto scendere parecchie dalla nascita della disco in avanti ma quelle di Twigs e Weeknd non cascano inascoltate, trovano anzi efficace collocazione in una sintesi (post-traumatica se vogliamo) di sensualità e malinconia, come è vero che l’ascendente della popstar di Rhythm Nation 1814 è ancora ben evidente nella opener track, ride the dragon, pezzo ancora in flirt trap che attacca (in falsa partenza) con lei sotto le coperte a far sesso telefonico con un misterioso figuro dalla voce volutamente ribassata.
Sensualità fa poi rima con quotidianità, quella vissuta dalla protagonista davanti a un monitor durante le sue lavorazioni. All’inizio della traccia successiva, Honda, un coro ecclesiastico introduce le parole in libertà del britannico di origini gambiane Pa Salieu che è anche feat. del brano. Al discorso di lui su sopravvivenza, identità, sul non guardare indietro, ma solo avanti, continuando a guidare sull’autostrada della vita ecc. ecc. lei gli fa altezza ritornello: “Baby, lo rolliamo sull’autostrada / Fumalo, Honda, rollalo, baby”. E lui più avanti: “rollerai ancora per me quando compiremo 60 anni?”. Serio e faceto, giocosità e scazzo, è un po’ questo lo spirito di Caprisongs che è un disco sì sulla rinascita “che gira su cassette confessionali” ma anche un diario in cui il passato della cantante, con le sue insicurezze e paure, può ancora riaffiorare (I’ve got voices in my head / Tellin’ me that I won’t make it far, canta in Meta Angel; Are you running from your life? Beat down ‘cause there ain’t nobody on your side chiede con empatia in lightbeamers).
In definitiva, parliamo di un mixtape dalla buona tenuta complessiva che, perdonato qualche spoken di troppo, mette in campo tutte le strategie necessarie per compensare la mancata memorabilità melodica di molte delle sue tracce, brani perlopiù brevi che appunto convergono in un più ampio e massimalistico mosaico (e con tutti gli ospiti coinvolti e molteplici dialoghi infilati tra e dentro le tracce, non poteva esser altrimenti), una traduzione made in FKA Twigs del pop che le gira attorno, con i proverbiali fuoripista caraibici (papi bones con Shygirl che sembra un ritorno alla dancehall degli anni 00s) come dub (which way con distopia), citazioni (le prime strofe di darjeeling – You’re not alone / I’ill wait till the end of time… – citano la minor hit dei 90s degli Olive, in Oh My Love viene tirato in ballo un classico dei dei Fugees), e tutte quelle piccole cose che marcano la differenza tra un prodotto di qualità e uno usa e getta per accontentare gli appetiti del binge streaming.
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