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La sua voce è profonda e sublime. Il suo corpo fluttua, si avvolge e si esprime liberamente. La musica funge da elemento d’unione tra i due strumenti umani con cui ci mostriamo al mondo: le parole e la comunicazione verbale da un lato, il linguaggio degli occhi e degli arti dall’altro. Per concepire Fka Twigs, non bastano impegnative e minuziose sedute di ascolto dei suoi primi Ep, del debutto del 2014 LP1 o dell’ultima, acclamata fatica, Magdalene. È necessario assistere a un suo concerto, entrare in sintonia, vedendo e ascoltando, con i messaggi che Tahliah Debrett Barnett lancia mentre impugna una spada, in un’esibizione di Wushi contro un nemico immaginario, o quando esegue movimenti di pole dance.
Al Fabrique di Milano, per la data del 29 novembre, esordisce nelle vesti di divinità barocca. È sola. Senza alcun musicista ad affiancarla. La musica, però, ambientale, meditativa e glitchata, la avvolge e la attraversa. Dietro di lei c’è un enorme tendone a isolarla, a renderla protagonista, che ne esalta il corpo. Comunica quanto le sue doti vocali, potenti e maestose, raffinate ma mai esagitate. È una musica pensata per l’ascolto sì, ma soprattutto per essere vista e fruita come una performance. A cui non può mancare un corpo di ballo, quattro danzatori le cui evoluzioni e figurazioni esprimono ancora una volta la chiave di lettura del concerto: la potenza performativa del corpo.
Un fisico, quello dell’artista, che ha sofferto negli ultimi tempi per l’asportazione di sei fibromi uterini e che Fka Twigs utilizza come strumento per esorcizzare il dolore, derivante anche dal brusco termine della relazione con l’attore Robert Pattinson. Il corpo come espressione di una femminilità prima incompresa ma ora completamente assimilata, pronta a sprigionare la sua energia. «A woman’s work / A woman’s prerogative / A woman’s time to embrace / She must put herself first», canta Fka Twigs in Mary Magdalene in un arrangiamento semi-folk che, anche dal vivo, conferma i parallelismi con Kate Bush. Durante Home with you, i ballerini indossano maschere grottesche, quasi da teatro dell’antica Grecia, mentre la Nostra canta della necessità di essere presenti per qualcuno ma, allo stesso tempo, non perdere l’attenzione verso sé stessi. A metà concerto l’attenzione si sposta verso i tre musicisti, svelati dalla caduta del tendone: c’è anche la violoncellista Lucinda Chua. La scenografia è ora completa: dai cambi di outfit di Tahliah al disvelamento della band, il concerto è una continua evoluzione. Come le acrobazie di pole dance che la protagonista inscena durante Lights, forse il punto più catartico della serata: i movimenti attorno alla pertica sono magnetici e sinuosi, il pubblico è estasiato da una performance che coinvolge tutti i sensi.
«I get lost in the way you move» canta Fka, ma a dirlo, di fronte alla sua esibizione, dovremmo essere noi da sotto palco. Chiude con Two Weeks e poi si lancia in un timido ma sincero saluto ai circa 2.000 del Fabrique. La sensazione di freddezza derivante dai suoni del suo avant/r&B viene subito schiacciata dalla calda intimità di una performance assolutamente umana. Dove corpo e voce si uniscono a esorcizzare la sofferenza.
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