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C’era qualcosa di glorioso e incommensurabilmente fragile nel modo in cui Morrissey faceva roteare il mazzo di gladioli durante l’esecuzione (in playback) di This Charming Man a Top OF The Pops del novembre 1983, o nel modo in cui spalancava la camicia a metà di William, It Was Really Nothing (in coincidenza dei versi “Oh, would you like to marry me?) sempre a Top Of The Pops, agosto 1984, rivelando la scritta “Marry Me” sul petto. E che dire dei versi “I was looking for a job, and then I found a job/And heaven knows I’m miserable now”, il titolo del pezzo non sto a ribadirlo, che oltre ad associare indissolubilmente l’aggettivo “miserable” alla band piovevano su quegli anni Ottanta come un virus che craccava l’etica del rampantismo cannibale, ahinoi sempre più dominante. Per non tacere di come le loro canzoni – così come tutta la loro dimensione estetica – si tenessero ben distanti dall’imperativo della sensualità, da quell’erotismo polimerizzato che fidava sull’esca prensile dei look, per la fregola a pronta presa di un pubblico sempre più catodico e da riviste patinate.

Gli Smiths erano, per farla breve, un’anomalia. Per cinque anni – così breve ahinoi è stata la loro presenza nel mondo del music biz – hanno rappresentato un palpitante “as if”, condividendo (non a caso anche se loro malgrado) assieme ai R.E.M.  il ruolo di padri fondatori del cosiddetto indie, fama rafforzata dal fatto di aver pubblicato tutti i loro lavori per la beneamata Rough Trade di Geoff Travis (si sono dissolti un attimo prima di passare alla EMI: tutto ciò è ovviamente assai paradigmatico).

E che dire, infine, del loro nome? The Smiths: cosa potrebbe esserci di più comune, e forte, e strettamente connesso con il tema del lavoro, deprezzato e violentato in quegli anni di austerità neocon e del mantra “There Is No Alternative”, come recitava il vangelo ultraliberista della famigerata Iron Lady. Agli antipodi, quel nome, dalle ragioni sociali delle band new romantic, da quella pomposità acrilica bisognosa di veicolare suggestioni futuristiche o, semplicemente, originali.

Fernando Rennis – qui al suo quinto libro – racconta tutto ciò e molto altro in un volume che ripercorre la vicenda degli Smiths con scrittura agile e appassionata, muovendosi con abilità sul binario – in questo caso del tutto complementare – di musica e testi, mantenendo una distanza analitica che gli consente di tenere sotto controllo la temperatura dello sguardo, così da conservarlo lucido e modulare l’apertura dell’otturatore tra il percorso della band e il quadro complessivo. L’obiettivo – raggiunto – era restituire la temperie sociale, culturale e politica del periodo, per far sì che le canzoni – quelle stupende canzoni – fossero per così dire restituite tutte intere alla loro epoca, in modo da riattivare i vari livelli di significato, la granularità della tensione espressiva, tutto quello che in definitiva fece di loro la colonna sonora di una parte della Generazione X (quanto cospicua non saprei, comunque importante e soprattutto non proprio allineata).

Seguiamo così gli “Hollies punk” – folgorante definizione del promoter statunitense Scott Piering – emergere dal nulla conquistando i favori di John Peel, costruendosi un seguito sempre più nutrito ben prima di arrivare alla (peraltro travagliata) pubblicazione dell’album d’esordio, dimostrandosi sempre e comunque refrattari a qualunque galateo o convenienza nelle dichiarazioni pubbliche (tipo quando Moz riguardo all’operazione Band Aid sostiene: “si può avere una grande sollecitudine per la popolazione etiope, ma un’altra cosa è infliggere torture quotidiane al popolo inglese”), indossando abiti di scena che sembrano appena stati pescati da una bancarella dell’usato (ovvero: niente abiti di scena), infarcendo i testi di argomenti ambigui, obliqui, decisamente scomodi. 

A questo proposito, la chiosa di Rennis è perfetta:

la violenza verbale, la rappresentazione della disabilità, l’esaltazione dell’astensione sessuale in un decennio edonista, l’omoerotismo strappato dai meandri dei rapporti tra età adulta e adolescenza e messo in bella vista si agitano sul filo del rasoio. Lo fanno al ritmo di una musica luminosa, ma carica di inquietudine; i suoi colori non sono accesi come quelli che i televisori sputano fuori dai tubi catodici negli anni Ottanta. Hanno perso saturazione, perché staccati dal pop in classifica, gommoso e luccicante come la gelatina che abbonda sulle tavole del Regno Unito. Un Regno Unito che ancora non è cool come nel decennio successivo ma non è più grigio come quello precedente – o, almeno,così si ostina a credere. Un Regno Unito che ha i suoi più aspri critici e, allo stesso tempo, i suoi rappresentanti più affascinanti e controversi negli Smiths.

Libro che non potrà che ammaliare quanti all’epoca c’erano, e che con l’occasione avranno l’opportunità di aggiustare qualche concetto lasciato in sospeso. Ma personalmente sono convinto che soprattutto gli altri, quelli che non c’erano o erano distratti, potrebbero trarne beneficio. Oltre al rinnovato desiderio di ascoltare musica ancora oggi meravigliosa.

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