Recensioni
Fernando Rennis
Un glorioso fallimento. L'eterno presente della Factory Records
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Stefano Solventi
- 21 Giugno 2022

Essere appassionati di musica comporta un rischio: di fare cioè della musica il perno di tutto, il mezzo e il fine, il vocabolario e il codice. Prendi la Factory: è ovvio che stiamo parlando di un’etichetta musicale, capace di annoverare nel catalogo dischi e band che ancora oggi costituiscono termini di paragone e punti di riferimento. Ma il punto è cosa è stata la Factory nel suo complesso, in un contesto lontanissimo dalla situazione attuale, certo, eppure non per questo meno protagonista di una vicenda emblematica, che ci racconta per contrasto ciò che oggi siamo e non siamo (più). In maniera persino brutale.
Fernando Rennis, già autore per Arcana di un volume monografico sugli Arcade Fire (Screams And Shout, 2017) nonché delle analisi sul rapporto tra canzoni e politica nel ventunesimo secolo (Politics e Patriots, rispettivamente 2018 e 2019), con Un glorioso fallimento ci racconta appunto questo: il presente a partire da quell’incredibile – vista da qui – avventura. Tra le molte dichiarazioni citate nel testo, ne sceglierei tre, tanto per portarsi fin da subito a pochi millimetri dal cuore della faccenda: 1) “L’unica alternativa allo spettacolo diventa lo spettacolo dell’alternativa”; 2) “I musicisti possiedono tutto, la società nulla. Tutte le nostre band hanno la libertà di levarsi dalle palle”; 3) “Potrebbe non vendere, ma sicuramente vale la pena provarci”.
Volendo abbozzare ulteriormente il perimetro, va aggiunto che con la Factory si era ben oltre etica, epica ed estetica del DIY: i fondatori Tony Wilson e Alan Erasmus, assieme a collaboratori della prima ora come il grafico Peter Saville, il produttore Martin Hannett e il DJ/manager Rob Gretton, misero le loro diverse sensibilità e vedute al servizio di un’utopia consapevole fin dall’inizio di non poter rispettare alcun parametro standard. Gli equilibri economici, semplicemente, non avevano cittadinanza in un ecosistema che indirizzava tutti i gesti e gli sforzi nella realizzazione del gesto artistico, in un’ottica che molto doveva alle avanguardie di inizio Novecento.
Il giornalista Fergal Kinney ha coniato persino il termine factorysmo, definito come “l’universo più ampio ed esteso del situazionismo, del modernismo, del design geometrico pulito, del funk globale e della fiorente cultura della musica dance (…) Nessun artista della Factory conteneva tutte queste cose, nessuna figura dell’etichetta era seriamente interessata a tutte queste idee contemporaneamente, ma riassume il bagaglio ideologico che l’esteso nesso della Factory conteneva e scatenava”.
In questa cornice, la musica rappresentava sì un aspetto cruciale ma, appunto, non era che un aspetto. Si prenda Unknown Pleasure, forse il disco più famoso dell’etichetta, uno status che merita senz’altro per le canzoni e le sonorità che contiene: tuttavia i livelli di significato che ne determinano il celebre artwork lo rendono un manufatto “esperenziale ancora prima che le sue note iniziali comincino a risuonare”, ciò che vale anche per alcuni celebri album dei New Order, con le grafiche di ispirazione futurista o l’immagine presa da un particolare di A Basket of Roses del pittore ottocentesco Henri Fantin-Latour, oppure si pensi alla copertina di The Return of the Durutti Column realizzata in carta vetrata per rovinare gli album adiacenti. Il disco, ogni disco, doveva eccedere il disco in quanto supporto fonografico per diventare un momento di sintesi tra arte e vita. Un varco.
Rennis evita di ricostruire cronologicamente la vicenda, sceglie invece di girare attorno alla Factory come se fosse un oggetto tridimensionale, e così facendo ce ne restituisce un’immagine tutt’altro che fissa, come certe visioni del dinamismo futurista. Il club The Haçienda fu in questo senso il coronamento dell’utopia, l’intervento concreto sulla definizione del tempo e della vita, il salto dallo stadio dell’espressione a quello dell’esperienza e della geografia urbana. Il fallimento di un locale del genere era, come dire, organico al progetto, ne certificava la totale mancanza di aderenza ai parametri tipici dell’impresa, la sua natura aliena. Eppure The Haçienda rimase attivo per anni, dal 1982 al 1997 e rappresentò per Manchester il cuore della sua dimensione controculturale, il suo spasmo generazionale, il nido e il crogiolo di Madchester. Non sarebbe potuto accadere senza gli introiti della Factory, che nel frattempo beneficiava del successo di alcuni artisti, soprattutto dei New Order. In questo senso, il denaro era ben accetto, il successo era un mezzo per la realizzazione di tutto ciò che ragionevolmente appariva insostenibile e normalmente irrealizzabile. Per ottenere questo, gli artisti non erano vincolati da alcun contratto, ma si puntava su di loro: vendere era un obiettivo, certo, ma alle condizioni del factorysmo. Dal punto di vista economico si trattava di una sorta di suicidio preventivo.
Alla fine, giustamente e inevitabilmente, Rennis dedica alcuni capitoli alla musica uscita in quindici anni, dal 1978 al 1992, illuminando alcune tra le gemme più o meno oscure e preziose del catalogo – dai Minny Pops ai Tick Pigeons, dagli Ike Yard ai 6ths (progetto architettato da Stephin Merritt dei Magnetic Fields), dagli Space Monkeys agli OMD, dai Crispy Ambulance agli ESG, e via discorrendo – per quindi soffermarsi su pezzi da novanta come A Certain Ratio e Durutti Column, più ovviamente Happy Mondays, Joy Division e New Order. Questi ultimi in particolare furono la vera miniera d’oro dell’etichetta, nonché autori di uno dei brani-cardine dell’intera vicenda: secondo Rennis, “è come se l’eterno presente di Blue Monday si stesse spostando lasciandoci alle sue spalle, perché, nonostante il passare del tempo, il brano continua a suonare futuristico”.
A ribadire il concetto, nel finale del volume vengono tirati in ballo giornalisti, critici, musicisti e discografici (spiccano Simon Reynolds, David Stubbs, Tim Putnam della Partisan Records, e Simon Raymonde (già bassista dei Cocteau Twins e co-fondatore di Bella Union), per un bilancio a più voci del fenomeno Factory, del suo persistere .
In definitiva, Un glorioso fallimento contiene sì storia e fenomenologia della Factory, e questo basterebbe a renderne la lettura assai consigliabile, ma soprattutto è un libro che parla di quello che il presente non è più in grado neanche di concepire, ovvero del pop come visione autonoma e dirimente, come strappo sulla trama della consuetudine, come varco per accedere a un qui e ora che osi ripensare gli input e l’algoritmo della stramaledetta normalità.
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