Recensioni


Che la musica non sia solamente un mero strumento di intrattenimento, una colonna sonora che scorre su Spotify come sottofondo alle nostre attività quotidiane, da queste parti è cosa nota. Una concezione che, però, continua a sfuggire ai più – soprattutto in Italia – incapaci di comprendere come, anche quando non trattano direttamente temi sociopolitici, le canzoni lancino messaggi improntati a scuotere le coscienze. A sostenere cause o a farsi portavoce di istanze non allineate al potere.
Le canzoni di protesta gridano sin dalla notte dei tempi, ancora prima dell’esplosione del folk di Woody Guthrie e dei suoi illustri successori, e non sono rimaste silenti neanche negli ultimi periodi. Anzi, gli avvenimenti che stanno caratterizzando a livello socio-politico il periodo contemporaneo – come il rigurgito di sentimenti e personalità populisti, sfociati nella Brexit e nell’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti – hanno portato una nuova ondata di esponenti artistici a schierarsi, direttamente o indirettamente, dalla parte di tutte le coscienze travolte dall’onda dell’omofobia, del razzismo e della xenofobia.
Un ampio panorama di produzioni che Fernando Rennis – collaboratore, tra le altre testate, di SA – analizza, bilanciando lucidità da giornalista e un dosato spirito militante – in due saggi, usciti entrambi per Arcana: Politics del 2018 e Patriots del 2019.
I contesti presi in oggetti sono differenti: se il primo guarda alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, il secondo sposta l’obiettivo sull’Italia. Entrambi i lavori, però, seguono lo stesso filo logico, narrativo e concettuale: scandagliare il rapporto tra avvenimenti sociali e politici e la produzione musicale. E gli sconvolgimenti tra le due sponde dell’Oceano non sono mancati dall’inizio degli anni dieci del nuovo millennio. Non solo Brexit, Trump o berlusconismo e populismo se guardiamo all’Italia: il merito di entrambi i saggi di Rennis è la capacità di ampliare lo sguardo sul quadro sociale, culturale, filosofico al cui interno si muovono sia i passaggi politico-istituzionali sia gli atteggiamenti degli artisti. Politics non lesina riferimenti a Mark Fisher e al realismo capitalista, alla retromania di Simon Reynolds, alla vaporwave, alla post-verità, all’isolazionismo in cui ci hanno chiuso la tecnologia e i social network, fino all’esplosione delle piattaforme di streaming che hanno completamente variato l’approccio, non solo all’ascolto, ma anche nei confronti della creatività musicale.
Sono i contesti in cui maturano i versi grime di Stormzy e Skepta nel Regno Unito, il primo sostenitore del programma di un Jeremy Corbyn osannato a Glastonbury nel 2017, o le trame di numerosi gruppi che tra revival post-punk (di cui Rennis ha scritto recentemente anche in un approfondimento su queste pagine) o elettronica – vedi il tour pro Unione Europea di Matthew Herbert – si schierano contro la Brexit e, più in generale, contro tutte le politiche di privazione dei diritti civili e delle libertà. Contro omofobia, razzismo e gender-gap si schierano negli Stati Uniti – tenendo anche come bersaglio di riferimento Donald Trump – anche icone come Beyoncé o Kendrick Lamar. La vittoria del Pulitzer da parte del rapper di Compton è forse l’evento che più conferma la tesi di Rennis: la musica ha una validità artistica tale da esprimere disagi e istanze del contesto sociale in cui prospera.
Un concetto che in Italia riesce ancora difficilmente ad attecchire. Patriots – che analizza la relazione tra musica, società e politica dal berlusconismo al populismo di Salvini e all’immobilità di gran parte della sinistra – è lucido nell’arrivare a sostenere come in Italia sia imperante la concezione della musica come orpello, contorno di intrattenimento. Gran parte del pop mainstream resta ancorato a temi sentimentali e amorosi. A cui naturalmente non tutti si allineano: dal rock di protesta di gruppi come Ministri, Teatro degli Orrori, Subsonica, Marta sui Tubi passando al rap di Fabri Fibra, fino ai più recenti “impegni” di Ghali, Brunori Sas, Willie Peyote o soprattutto Salmo, l’underground musicale italiano ha saputo e continua a porsi, tra ironia e attacchi meno velati, contro le deludenti e preoccupanti derive razziste, misogine e populiste di parte della società italiana. Senza, però, a differenza dei casi americani e britannici, porsi a sostegno di una figura politica. Come in Politics, anche in Patriots le citazioni di brani e il racconto di concerti o episodi musicali dall’impatto socio-politico si intrecciano perfettamente alla narrazione degli scenari contestuali che attraversano la cronaca politica, come la produzione cinematografica (una storia degli ultimi vent’anni italiani vista con il filtro della musica.
Patriots e Politics risultano scorrevoli e coinvolgenti grazie a uno stile di scrittura che nasconde l’approccio saggistico e accademico sotto il velo della narrazione giornalistica.
Amazon
