Recensioni

Ed eccoci di nuovo qui, ad assistere e commentare l’arrivo di un “nuovo” sequel, reboot, prequel o interquel, come nel caso di Alien: Romulus, che ha condito un’estate cinematografica da record (dominata dal successo di Inside Out 2 e Deadpool & Wolverine).
Ci sono almeno due grandi possibilità quando si affronta l’operazione di inserire un prodotto all’interno di un grande franchise cinematografico: si può imboccare una nuova direzione – prendendosi il rischio di inimicarsi buona parte del fandom (che oggigiorno raggiunge vette di tossicità veicolate con estrema facilità dalla tastiera di un laptop) e optando per strade non ancora battute in precedenza – oppure si può scegliere il percorso più semplice, ricorrendo a uno scheletro narrativo riconoscibile, riformulando magari le stesse premesse dei vecchi capitoli della saga e andando a inserirsi all’interno di un discorso di pura nostalgia e fan service che, soprattutto oggi, pare andare per la maggiore (vedasi i vari Star Wars: Il risveglio della Forza, Spider-Man: No Way Home, e via discorrendo). Eppure, lo stesso Ridley Scott aveva tentato più volte l’azzardo, la scommessa, complice quella fiamma ancora viva da filmmaker purissimo che lo aveva spinto a una ricerca ancora più spasmodica sia in termini di forma che di sostanza, in veste di regista (con i sottovalutati Prometheus e Alien: Covenant) e di produttore/demiurgo (Blade Runner 2049).
Il risultato? Un bel fiasco al box-office per tutti quanti, perché il pubblico – specie quello di questi ultimi anni (ormai diventati decenni) divorati da un effetto nostalgia che ormai assomiglia sempre più a un loop senza fine – pare avere un estremo bisogno di essere rassicurato, di essere riportato in un luogo familiare ed essere coccolato anche oltre la sfera del possibile, sacrificando una ricerca del senso e un futuro incerto sull’altare della citazione sicura, dell’easter egg nascosto in bella vista. Perlomeno, Denis Villeneuve ci aveva provato a indicare una via che odorava di miracolo, in un’operazione che probabilmente aveva sopravvalutato l’efficacia di un pubblico sostanzialmente di nicchia (gli ammiratori del leggendario film del 1982).
Ammazzata anzitempo la saga prequel, alla porta di Sir Scott si presenta Fede Álvarez, un nome che sembra aver costruito la propria carriera proprio sulla parola “rassicurante”. Comincia la propria avventura sul grande schermo con il remake di un altro classico per antonomasia, quel La casa che aveva lanciato il nome e la fortuna di Sam Raimi. Il suo però era una rivisitazione meno fedele allo spirito di Raimi e più grezza, più sporca se vogliamo, uno svuotamento di senso (tolta completamente l’ironia dell’autore originale) che finiva per assomigliare a fin troppi slasher di bassa lega.

Dopo aver provato a sparigliare le carte con il discreto Man in the Dark, la carriera di Álvarez si re-immette su binari più consolidati, provando senza successo a rivitalizzare un franchise che già aveva rappresentato un grande ostacolo per David Fincher, e il cambio della protagonista (da Rooney Mara alla pur brava Claire Foy) non aveva giovato al suo Millennium – Quello che non uccide. Ci sono voluti ben sei anni per un suo ritorno dietro la macchina da presa (passando per le riprese aggiuntive del disastroso Chaos Walking), ma il regista uruguaiano si orienta ancora una volta verso una storia che ha già un forte impatto nell’immaginario collettivo e decide, di comune accordo con gli studios, di regalare ma soprattutto di regalarsi un’avventura orrorifica nello spazio, come quando – immaginiamo da ragazzo – si rinchiudeva nel buio di una sala cinematografica per assistere alla carneficina dello xenomorfo più celebre del grande schermo.
Alien: Romulus è ufficialmente il settimo capitolo della saga – escludendo gli insulsi due crossover con il franchise di Predator – ma il punto nevralgico è che la serie aveva già detto tutto quello che poteva già all’uscita di Aliens – Scontro finale, in cui la Ripley di Sigourney Weaver assumeva effettivamente forma e sostanza di una tipica eroina da fumetto, una macchina da guerra pronta a spazzare via l’alieno ostile (un po’ come lo stesso James Cameron aveva esaurito la formula narrativa del suo Terminator già al secondo capitolo). I capitoli successivi hanno avuto il pregio di reiterare la formula optando per qualche variazione sul tema (da Fincher a Jean-Pierre Jeunet, con Ripley ancora più iconica), mentre il ritorno di Scott è coinciso con uno spostamento del focus principale dallo xenomorfo alle figure degli Ingegneri, tanto affascinanti quanto criticate. Inserirsi tra il primo e il secondo capitolo a livello narrativo, dà però modo ad Álvarez di realizzare quello che è palesemente un sogno d’infanzia, ovvero un film più circoscritto, derivativo e ossequioso nei confronti del capostipite della saga, anche in termini produttivi (la stragrande maggioranza degli effetti sono stati ottenuti adoperando animatronics e trucco alla vecchia maniera).
Non mancano ulteriori pregi: come il prologo in cui il nostro presenta la sua schiera di personaggi che inevitabilmente andrà in contro a un destino orribile e ricco di splatter. Il settings – aka world building – è visivamente impressionante e pesca a piene mani dal mondo di Blade Runner (che Scott ha sempre sostenuto essere lo stesso del suo Alien – con la Weyland-Yutani parente molto prossima della Tyrrel Corporation della pellicola del 1982); il rapporto tra la protagonista Rain e il sintetico Andy è il più riuscito tra le dinamiche relazionali (il resto è formato dai tipici archetipi e cliché del genere) e sorprende, inoltre, la scelta di affidarsi a un cast di ventenni, con quell’inizio davvero senza speranza come perfetta metafora dell’attuale generazione Z.

Manca quel pizzico di ironia, ovviamente non contemplata dalla visione di Álvarez, che avrebbe reso Alien: Romulus davvero un prodotto degno di nota, più vicino allo spirito di un Philip K. Dick, che sapeva ricavare anche dalla storia più svogliata un motivo valido per essere fruita e di spunti di riflessione alti ce ne sarebbero stati, a cominciare dal discorso sull’intelligenza artificiale suggerito dalla “resurrezione” di Ian Holm nei panni di un nuovo personaggio. Proprio in quel frangente appare immediatamente evidente che il discorso sul labile confine tra umano e artificiale interessa relativamente poco ad Álvarez, che al contrario di Scott è più concentrato sull’atmosfera e il ritmo – impeccabili – che su discorsi in grado di scatenare una sincera e profonda discussione. Il fatto stesso di aver fatto ricorso al deepfake, all’intelligenza artificiale e alla banca dati in mano agli studios per ricreare le fattezze di un attore che ci ha lasciati già quattro anni fa è una dichiarazione d’intenti, che perde di vista la dicotomia umano-non umano e si tramuta in mera citazione narrativa fine a se stessa (perché ad esempio non impiegare un nuovo volto e un nuovo attore per la stessa funzione?).
Nell’intuizione di Scott, probabilmente Romulus sarebbe diventato il terzo capitolo di quell’arco narrativo iniziato con Prometheus (e il secondo finale con la “rigenerata” creatura sembra suggerire che qualche bozza di idea sia sopravvissuta strada facendo) e il sintetico Andy avrebbe avuto un’importanza maggiore di quella che ha nella versione di Álvarez, dove invece è ridotto a mero strumento nelle mani degli umani, a freddo calcolo numerico contro l’emotività irrazionale dei protagonisti. Un passo indietro rispetto a quanto si sarebbe potuto realizzare, sia in termini di contenuto che di profondità narrativa.
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