Recensioni

“Una bugia perfetta può vivere per sempre. La verità non se la cava altrettanto bene”. Mai stato così vero: con disarmante serendipità, giusto in tempo per la seconda elezione di Trump, l’ascesa di Elon Musk e il nostro caro vecchio mondo sempre più sull’orlo di una catastrofe bellica mai vista prima, Josh Tillman aka Father John Misty torna a vestire i suoi panni preferiti, quelli del profeta dell’Apocalisse. Non che servisse la sfera di cristallo, eh: che fossimo meravigliosamente fottuti in un modo o nell’altro ce lo aveva già cantato senza mezzi termini nell’imponente – in tutti i sensi – Pure Comedy (2017), opera-manifesto in cui affrontava per la prima volta i grandi temi riuscendo a conciliarli con la sua poetica (auto)ironica e (auto)referenziale, sempre in pericoloso bilico tra il prendersi troppo, o troppo poco, sul serio; allora eravamo all’inizio del primo mandato del presidente più amato d’America (ehm), e se in quel momento c’era, forse, ancora un po’ di incredulità, adesso è il tempo dell’accettazione del nostro, inevitabile, destino.
Mahashmashana è un termine sanscrito che significa “grande luogo di cremazione”, ed è lì ormai che, nella traccia omonima che apre questo suo sesto album con spettacolare, cinematica magniloquenza (immaginate George Harrison prodotto da Phil Spector in un musical di Broadway sulla fine dei tempi, con un tocco di Born To Be With You di Dion), il profeta barbuto del Maryland – cresciuto in una famiglia di evangelici: spiega molte cose – ci immagina tutti: un posto desolato, dove tutto ormai tace (“all is silent now”) e non dovremmo più preoccuparci, nella prossima alba universale, di fare la danza dei cadaveri, qualunque cosa ciò significhi (“in the nеxt universal dawn won’t have to do the corpsе dance”). Vi sembra troppo? Sono giusto nove minuti, ed è solo l’inizio del disco. Ed è bellissimo.
Se proprio dobbiamo accollarci la fine del mondo (tema piuttosto ricorrente, vedi l’ultimo Cure), tanto vale farlo al suono di canzoni tendenti musicalmente al sublime (inteso come concetto estetico assoluto e, fortunatamente, come obiettivo qui spesso raggiunto), in un passatismo rock-pop da sogno che sa essere omaggio, rivisitazione e non pedissequa riproposizione nostalgica. Una formula a cui Mr. Tillman ci ha abituato da tempo, almeno dal suo primo grande disco, I Love You Honeybear (2014), poi affinata nell’ottimo God’s Favourite Costumer (2018) che aveva saputo sgonfiare la pompa del summenzionato Pure Comedy, in un equilibrio raro e difficile a cui però, stavolta, il diretto interessato non sembra puntare più di tanto. Le cose che ha da dire sono tante e importanti, così come la sua ambizione artistica e musicale è – vivaddio – alta e la sua capacità interpretativa e vocale è magistrale; e allora la cifra poetica di questo Father John Misty, quarantatré anni di età e una ventina abbondante di carriera (di cui ormai dodici indossando questa maschera) non può essere che torrenziale, straripante, eccessiva, visionaria, lisergica.
Ecco allora che le canzoni (otto, per una durata media di sei minuti l’una), tutte musicalmente eccellenti e arrangiate all’insegna di un massimalismo iper-espressivo (l’orchestra è quasi sempre presente, con partiture più che gustose), si semplificano nella struttura armonica e si espandono contro ogni senso della misura al servizio di strofe e versi densi e ipertrofici, sovraccarichi di significati e significanti, ricolmi di scene e personaggi, tra confessioni personali, demistificazioni, satire e critiche che non incorrono mai nel didascalico o nel direttamente politico ma che sanno universalmente parlare di quello che ci succede, come individui e come parte di questa società.
Proprio come fanno i grandi scrittori e/o autori di canzoni, oggi come ieri. Vedi come l’incipit di Josh Tillman And The Accidental Dose (“She put on Astral Weeks / Said ‘I love Jazz’, and winked at me”) ti fa entrare subito nella scena, facendoti vivere in prima persona l’autobiografica (dis)avventura allucinogena del protagonista (lui, che è solito “curare l’acido con l’ansietà”), mentre in sottofondo risuonano archi alla Gainsbourg (con un tocco di Radiohead negli accordi e nell’arrangiamento orchestrale alla A Moon Shaped Pool) in una sequenza musicale che è anche cinema e letteratura; o vedi come Mental Health tratta il tema del secolo in un’ode semiassurda che personifica concetti astratti come identità e salute mentale citando il panopticon (…), mentre la musica assume toni alla mago di Oz come una Lana del Rey al maschile (c’è il “suo” Drew Erickson alla produzione, non a caso, a suggellare un’affinità innegabile tra i due artisti, reduci peraltro da collaborazioni recenti).
A proposito di riferimenti, non vi sembri blasfemo o azzardato tirare in ballo, più che per molti altri epigoni di ieri e di oggi, il nome di Dylan: è chiaramente quello il modello a cui si punta nelle strofe circolari di I Guess Time Makes Fools Of Us All, altri otto minuti buoni di giostra allucinata in stile Bee Gees a Las Vegas, una danza dell’Apocalisse tutta disco, lustrini e predicazioni, in un crescendo di versi ispiratissimi su campioni sconfitti, copertine di Rolling Stone, nuovi Golia, serpenti a sonagli tentatori, semi-citazioni da Borroughs e, certamente, il tempo che si prende gioco di noi, intervallati da interventi strumentali in gran spolvero (dai sassofoni, strepitosi in tutto il disco, alle tastiere e le chitarre); basterebbe questa per certificare Tillman come il migliore cantautore in attività, tra quelli della sua generazione almeno.
Ma in Mahashmashana c’è anche altro, a partire da quello che non ti aspetti: si tratti del funk postmoderno alla Beck di She Cleans Up (sorta di inno femminista dai toni biblici, in cui Maria Maddalena si arma fino ai denti per difendere Gesù dalla croce), o delle esplosioni sintetiche ad alto tasso emotivo di Screamland, ballata a cuore aperto con la chitarra di Alan Sparhawk a fornire il giusto rumore bianco e a ribadire che “love must find a way”, mentre altrove si accarezzano le atmosfere fumose e rétro del precedente Chloe And The Next 20th Century (Summer’s Gone), o si esplorano territori Marvin Gaye (Being You), tutto sempre con una dizione, una vocalità e un senso della melodia unici, con arrangiamenti raffinati, ricercati e mai banali (il “solito” Jonathan Wilson stavolta figura come solo produttore esecutivo, ma la sua lezione è certamente ben presente).
Certo, una sbornia musicale e lirica del genere non può che lasciare storditi e, magari, non siamo nemmeno troppo lontani dalle intenzioni dell’autore. Che si tratti o meno del suo disco più riuscito e maturo (finora), o se invece il suo meglio risieda in opere più equilibrate (o nelle singole canzoni, come ha dimostrato la strepitosa raccolta Greatish Hits: I Followed My Dreams And My Dreams Said To Crawl) è valutazione che lasciamo al singolo ascoltatore, consapevoli di quanto un personaggio tanto intenso e volutamente eccessivo possa anche risultare alla lunga indigesto (a seconda della tolleranza individuale, come certi farmaci o droghe – per usare un’analogia che piacerebbe molto al soggetto); non un limite, quanto un’ulteriore e, pare, irrinunciabile componente del carattere di uno dei pochi, veri songwriter rimasti. Anche stavolta, prendere o lasciare.
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