Recensioni

«Sveglia e caffè/Barba e bidet/Presto che perdo il tram». Si ripete da 50 anni la litania dell’impiegato più sfigato d’Italia, a scandirne la routine quotidiana. Esce infatti il 27 marzo 1975 il primo, indimenticabile Fantozzi, film capostipite della lunga saga sul celebre Ragionier Ugo che durerà fino alle soglie del terzo millennio.

Il personaggio nasce dalla penna di Paolo Villaggio, com’era umano lui, che a metà degli anni ’70 ci arriva con alle spalle una già nutrita galleria di maschere comiche da egli coniate, perlopiù televisive, da Otto von Krantz a Giandomenico Fracchia, tutte quintessenze della sfigataggine. Anche Fantozzi risale a qualche anno addietro. Nel 1971 è stato protagonista del primo libro scritto dall’attore genovese, avente a tema le disavventure di un impiegato dell’ufficio sinistri della ditta Italpetrolcemetermotessilfarmometalchimica, chiamata spesso più semplicemente Megaditta, in cui è lo zimbello di tutti ed è considerato il più umile, mediocre e sottoposto dai terribili capi dell’azienda nonché dai suoi colleghi.

Non meno deprimente è la vita familiare dell’uomo: ha una moglie a lui devota ma dal non invidiabile aspetto fisico e una figlia anche lei decisamente poco invitante sul lato estetico. Il tutto in aggiunta all’amore segreto, non corrisposto, che prova per una sua collega, la signorina Silvani. Tre anni dopo il primo, è arrivato anche Il secondo tragico libro di Fantozzi, il quale, insieme al predecessore, fornisce infine il materiale per lo sbarco al cinema di questa macchietta tipicamente italiana, sì, ma anche ispirata ai grandi classici della letteratura internazionale. Quella russa, per esempio, con prodromi di Fantozzi che si rintracciano nel protagonista di un racconto del celebre drammaturgo Nikolaj Gogol, Il cappotto, pubblicato nel 1842; ma anche quella mitteleuropea, se è vero, com’è vero, che il principale topos villaggiano è proprio quell’avversione ai gangli opprimenti della burocrazia tipica di Franz Kafka il quale, guarda un po’, lavorò anch’egli come impiegato dell’ufficio infortuni (di una compagnia assicurativa).

E come non rivedere in Fantozzi anche lo sfortunato protagonista di un celebre racconto di Dino Buzzati, Sette piani, reso magistralmente al cinema nel 1967 da Ugo Tognazzi ne Il fischio al naso. La storia era infatti incentrata su un avvocato (nel film, un impresario attivo nel settore della carta) che, ricoverato in ospedale per un banale fastidio, si ritrovava suo malgrado immerso in una spirale dantesca per cui, col pretesto di un male (inventato) sempre peggiore diagnosticatogli, benché fondamentalmente sano, veniva trasferito di reparto in reparto, e quindi di piano in piano a partire dal più alto in base al grado della malattia immaginaria, fino al più basso, dunque fino alla morte.

Dai libri al film. Fantozzi diventa un eroe della celluloide grazie al mirabile lavoro di “traduzione” in sceneggiatura operato, oltre che dallo stesso Villaggio e Luciano Salce, regista della pellicola, da due grandi autori purtroppo poco celebrati come Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardis, due che, in coppia o da soli, hanno fatto la fortuna di gran parte della commedia all’italiana. Perché tutto muove dalla scrittura, quand’anche fosse grammaticamente scorretta. «L’italiano è una lingua maledetta», ripete spesso Villaggio voce narrante nei vari film, che infatti, un po’ come Age & Scarpelli ne L’armata Brancaleone, inventa quasi una neolingua bislacca basata volutamente su storpiature in special modo dei congiuntivi. I suoi “facci”, “venghi” e “mi dii” entreranno nel lessico comune, e il mitico «batti lei» in apertura di una strampalata partita a tennis diventerà una delle espressioni più famose del cinema italiano.

Questa neolingua piace anche a Pier Paolo Pasolini, che muore nello stesso anno in cui esce il film. Le analogie tra lui e Villaggio non si esauriscono qui. In fondo Fantozzi è l’emblema dell’uomo medio italiano, tipico della società dei consumi tanto invisa all’autore di Ragazzi di vita. Non più l’italiano figlio del boom, però, bensì quello che deve fare i conti con la realtà economica aggregata del suo tempo (nel 1973 c’è stata la crisi petrolifera) e costretto a una vita poco più che miserevole. In un’intervista concessa a margine dell’uscita del film, l’attore dichiara: «Questa società nella quale viviamo è giusta o non è giusta? La felicità è veramente questo tipo di società consumistica piena di frigo, televisioni a colori e beni di consumo? No, è l’opposto. Questo tipo di felicità è altamente infelice». Che c’entra Fantozzi con tutto questo? «Lui è l’omino che per anni è vissuto nel boom consumistico, cioè ha ricevuto dai mass media uno stimolo preciso, quasi un ordine a consumare e a vivere sotto determinati schemi. E lo schema di questa filosofia era precisissimo: attento che se compri e ti attrezzi in determinati modi potrai essere felice. Improvvisamente, però, tutto questo sistema meraviglioso pieno di promesse si è incrinato». Una disamina attuale anche oggi, purtroppo. Cinquant’anni dopo l’Italia è cresciuta economicamente, tuttavia un italiano su dieci vive in condizioni di povertà.

Ma è tutto l’universo fantozziano a essere attuale, un pantheon grottesco, un affresco impietoso del mondo del lavoro e della società italiani. Siamo tutti Fantozzi. Chiunque può riconoscersi nelle disavventure del protagonista o dei personaggi (quasi tutti interpretati da sapienti caratteristi) che contornano il suo quotidiano a partire dal posto di lavoro. I Filini, i Calboni e specialmente le Silvani (facsimili dell’impiegata vamp interpretata dalla bravissima Anna Mazzamauro, per due volte Nastro d’Argento nel ruolo del sogno amoroso di Fantozzi) esistono in ogni posto di lavoro. Così come il Direttore Megagalattico, inarrivabile, etereo. Tutti comicamente esagerati da Villaggio, ma reali nelle loro caratteristiche di fondo. La stessa Megaditta non esiste ma è una rappresentazione caricaturale della stereotipica azienda privata a partecipazione statale molto comune nell’Italia della Prima Repubblica. Infatti è attiva in più settori (come si evince dal nome) e altamente burocratizzata come un’azienda di Stato, ma le sue quote appartengono anche a privati. Ci penseranno poi politici e banchieri degli anni ’90 a mettere tutto in mano privata.

Con uno stile comico che sconfina a tratti in qualcosa a metà tra slapstick e farsa carliechaplin-iana, l’artista che insieme all’amico Fabrizio De André condivideva le scorribande giovanili, col suo cinismo tipicamente ligure delinea un ritratto crudele dell’italiota vile, opportunista, stereotipico dell’era democristiana ma che conserva ancora oggi alcuni dei suoi tratti più meschini. Anzi a dirla tutta, in una delle sue ultime interviste rilasciate prima di morire, l’attore ha detto che gli italiani di oggi sono messi addirittura peggio.

Una discesa inesorabile una cui istantanea sarà rappresentata una decina d’anni dopo da un altro film sempre con Villaggio nel cast, Grandi magazzini, il quale esplorando le dinamiche della realtà lavorativa vista come metafora di quella sociale, regalerà un’altra testimonianza comico/satirica della cortigianeria tipicamente italica aggiornata ai tempi del marketing aziendal/televisivo sospinto dall’allora nascente impero mediatico berlusconiano. Mentre nel XXI secolo a porre la lente in chiave grottesca sul mondo del lavoro ai tempi del precariato sarà il regista Paolo Virzì con il suo Tutta la vita davanti (2008), tratto da un libro di Michela Murgia.

Perché oggi son cambiate le cose rispetto all’epoca del mitico “posto fisso”. Ma sono cambiate in senso gattopardesco, per non dire cambiate in peggio. Se un tempo poteva capitarti anche il caso limite di essere assunto e andare in pensione con lo stesso direttore, oggi che l’impiego è liquido, gli stessi colleghi sono spesso solo comparse nella nostra vita. Ai tempi di Fantozzi non ci sono i co.co.co., gli intermittenti e nemmeno il Jobs Act; non esistono le start-up e nemmeno la retorica dell’imprenditoria digitale propugnata dagli influencer. Oggi, con il progressivo smantellamento delle tutele lavorative, perfino il posto fisso… è poco fisso, laddove negli anni ’70 esiste ancora la concezione di azienda – grande, media o piccola che sia – come famiglia (con tutta la retorica padronale che l’accostamento si porta dietro), essendo il luogo di lavoro ancora il principale catalizzatore sociale nella vita delle persone. Non che siano da rimpiangere certi rituali come gli squallidi cenoni di Capodanno, le partite a calcio tra impiegati scapoli e ammogliati e gli altri vari ritrovi ricreativi aziendali, ma sia nel bene che nel male tutto ha ancora, come dire, una sua poesia. Nel tempo anche la percezione è cambiata, insieme al linguaggio. Negli anni ’70 i rider si chiamano portapizze, i bellboy facchini e di un “ci briffiamo” si riderebbe come appunto di un’espressione da neolingua fantozziana. Oggi invece si ride molto meno, benché in fondo anche l’aziendalese zeppo di inglesismi sia segno di servilismo che si presterebbe al dileggio, e al linguaggio tocca fare la gincana tra le mordacchie dei censori.

Un segno linguistico che Fantozzi il film non riproduce pedissequamente rispetto alla pagina scritta. A differenza dei libri da cui è tratto, ambientati nella Genova dove Villaggio è nato, cresciuto e ha trovato il primo impiego (nell’industria impiantistica Cosider), il film viene girato quasi interamente a Roma, dove la vicenda si svolge. L’edificio in cui ha sede la Megaditta è quello dove in realtà, nel 1975, si trovano gli uffici dell’INAM (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie) e che oggi appartiene alla Regione Lazio. Molte altre location sono cambiate poco negli anni, come il palazzo affacciato su viale Castrense dal quale il Nostro prende l’autobus al volo oppure quelle del camping e della pesca in barca, ambientate al Lago di Bracciano, a nord della Capitale.

Fantozzi diventerà il film con il maggiore incasso in Italia della stagione 1974/75 pareggiando – lira più, lira meno – i numeri di …altrimenti ci arrabbiamo!, film campione di incassi della stagione precedente. La saga che ne scaturirà arriverà a contare 9 film, a partire da Il secondo tragico Fantozzi (1978) e incluso lo spin-off di carattere “storico” Superfantozzi, cavandosela tutto sommato egregiamente – fino a Fantozzi va in pensione (1988) – anche negli anni ’80, quando ormai il modo di far ridere al cinema è cambiato. E ciò, nonostante Villaggio tenderà per tutto il decennio a riproporre i caratteri tipici del suo Ugo fino allo sfinimento, trasferendoli in una schiera di altri personaggi di altre pellicole da lui interpretate (da Sogni mostruosamente proibiti fino a Ho vinto la lotteria di Capodanno e Le comiche) per i quali cambierà il nome ma non la sostanza fatta della medesima sfiga oltre che delle solite smorfie e mossette.

Con l’inizio degli anni ’90 la parabola fantozziana inizierà a declinare fino a esaurirsi con l’ultimo capitolo uscito a pochi giorni dall’avvento del 2000. Degli ultimi 50 anni ne abbiamo quindi vissuti la metà con i film di Fantozzi e l’altra metà senza, e chi scrive ha pochi dubbi su quale sia stata la migliore. Facciamo dunque i nostri più servili auguri di buon mezzo secolo di vita al ragioniere più tenero d’Italia.

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