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Come ha fatto Paolo Villaggio a diventare Paolo Villaggio? Ce lo racconta Com’è umano lui, film per la tv prodotto da Rai Fiction e in arrivo in prima serata sulla rete ammiraglia giovedì 30 maggio 2024. Protagonista nei panni dell’artista genovese, Enzo Paci, che nel presentare la pellicola e a proposito del suo personaggio ha affermato: «Per me è stato come scalare il K2». In effetti dev’essere stata una fatica, per l’ex comico di Central Station e Colorado, misurarsi con un gigante di tale risma. Il ruolo di una carriera, un personaggio di peso (in tutti i sensi, anche se Paci è dovuto dimagrire 10 chili per interpretarlo perché da giovane Villaggio era più magro di lui), in fondo facile da imitare ma quasi impossibile da interpretare. Quasi, perché a Paci è riuscito benissimo e la prova l’ha superata a pieni voti.

È un Villaggio più privato che pubblico, quello sviscerato nel film diretto da Luca Manfredi che col racconto parte dalla fine degli anni Cinquanta, il periodo giovanile del futuro autore di Fantozzi. Gli anni dell’università, poi quelli da impiegato alla Cosider, una delle più importanti aziende siderurgiche d’Italia, dove viene assunto più per il volere (e le entrature) del padre, un influente ingegnere della Genova bene, e infine la decisione di «lasciare il certo per l’incerto». Villaggio, l’aspirante artista che dorme durante le lezioni di diritto privato e che gioca a battaglia navale durante l’orario di lavoro, l’anticonformista che non vuole diventare avvocato, che non sopporta la vita da impiegato e che, sfidando il volere dei suoi genitori, si mette a rincorrere il sogno di sfondare nel mondo dello spettacolo, un sogno che riuscirà a realizzare. Il tutto con il sostegno della fidanzata e poi moglie Maura (interpretata dall’altrettanto bravissima Camilla Semino Favro), figura cardine di questa storia e senza la quale la comicità italiana non avrebbe mai avuto una delle sue maschere più celebri; ma importante è anche il sostegno di due amici: Piero Repetto detto “Polio”, professore di greco e latino costretto sulla sedia a rotelle da una grave distrofia muscolare, e il ventenne aspirante cantautore Fabrizio De André detto “Faber”, un altro di cui si sentirà parlare.

Delle fiction Rai in generale, volendo, si può dire tutto il peggio (al netto di poche eccezioni): che il più delle volte anche le più grandi storie e i più grandi personaggi vengano raccontati in modo banale, stereotipico, moraleggiante, insopportabilmente pedagogico (in certi casi pure propagandistico); che le sceneggiature presentino spesso dialoghi al livello di terza elementare; che il buonismo e il sentimentalismo d’accatto che appesta da cima a fondo certe produzioni abbiano il solo scopo di contribuire al progressivo rincoglionimento (che purtroppo sembra ormai irreversibile) del telespettatore generalista medio.

Del resto che l’odierna serialità targata Rai nella stragrande maggioranza dei casi non abbia più lo spessore di un tempo, che i grandi sceneggiati della tv pubblica del passato siano solo uno sbiadito ricordo (ripetiamo: al netto di qualche eccezione), è opinione condivisa da molti osservatori. E probabilmente la cosa è strettamente legata allo scadimento del livello culturale di questo paese in essere da una trentina d’anni perlomeno, aspetto questo invece recante un buon grado di oggettività e condiviso da molti intellettuali. La tv come specchio di chi la guarda. Tutto vero, per carità, e in (piccola) parte il discorso potrebbe valere anche per Com’è umano lui, opera che per esempio manca di una compiuta descrizione del contesto sociale in cui il ribelle Villaggio “rifiuta” l’esistenza piccolo-borghese cucitagli addosso dalla sua famiglia, così come manca una soddisfacente resa del clima culturale in auge in Italia negli anni presi in esame nonché il minimo cenno all’attività giornalistica e all’impegno politico del protagonista.

Però stavolta è diverso. Il film di Manfredi, alla cui sceneggiatura ha collaborato la stessa famiglia Villaggio (la moglie e i figli, Elisabetta e Pierfrancesco), per quanto appena detto non sembra nemmeno una produzione Rai. Non svilisce affatto la figura di un grande artista ma anche di un fine intellettuale, un letterato, con il suo sarcasmo e il suo cinismo tipicamente genovesi. Evitando di misurarsi con gli aspetti sociali e culturali succitati e addentrandosi quanto più nella sfera personale e familiare, riesce a piacere, emozionando anche, come nel caso della scena della “redenzione” dei genitori di Paolo, i quali al raggiungimento dei primi importanti riconoscimenti in ambito artistico da parte del figlio avranno l’umiltà di andare a scusarsi con lui per essersi sbagliati sul suo conto.

Non siamo al cospetto di un’agiografia ma quasi di un documentario, benché certamente includente un minimo di storytelling. Un’opera buona e giusta, nel senso di provvidenziale, ma anche profondamente umana. La caratterizzazione dei due personaggi principali è molto marcata (a differenza per esempio di quella di De André). I dubbi e i travagli interiori di Paolo, scisso tra i suoi sogni e ciò che la sua famiglia e la società si aspettano da lui, così come la forza d’animo di Maura che lo incoraggia costantemente nei suoi aneliti artistici, sono resi al meglio senza tacerne i momenti di comprensibile debolezza, di difficoltà anche quotidiane nel gestire vita familiare e artistica.

Inoltre, suggestivo è il disseminarsi, da parte della storia, di svariati indizi su molto di ciò che caratterizzerà opere e personaggi di Villaggio. Per esempio, veniamo a scoprire che piglio e parlata del mitico professor Otto Von Kranz, l’aggressivo e maldestro prestigiatore presentato nella trasmissione televisiva Quelli della domenica, andata in onda nel 1968, gli furono ispirati dalla madre, insegnante di tedesco di origini teutoniche, molto severa con il figlio Paolo per via delle sue “strampalate” aspirazioni. Oppure si apprende in che modo molti dei personaggi e delle situazioni presenti nei vari Fantozzi (ma anche negli sketch di Fracchia, altro personaggio cardine della produzione villaggiana) furono mutuati dall’artista dalla sua esperienza da impiegato alla Cosider. Per dire la Signorina Silvani, ambita da tutti i colleghi d’ufficio e che nei film sul ragioniere più sfigato d’Italia era interpretata dall’immensa Anna Mazzamauro, in un certo senso è esistita davvero, al pari probabilmente del cosiddetto Megadirettore e di altri personaggi di contorno.

L’arco temporale oggetto della narrazione si conclude nel 1975, anno in cui il primo dei due libri su Fantozzi scritti dallo stesso Villaggio diventerà il capostipite della celebre saga cinematografica. Il Nostro ormai è famoso e a intervistarlo in una suite d’albergo è Maurizio Costanzo, uno dei suoi scopritori. «E adesso, dove vuole arrivare Paolo Villaggio?», gli chiede il baffuto giornalista e conduttore. Ma a una domanda così scialba cosa poteva mai rispondere uno che scriveva canzoni insieme a De André?

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