Recensioni

Dopo quell’In The Wild che apriva al sound design e alle musiche per film immaginari, con lo zampino di Terrence Malick, e un album autografo, The Crystal Cowboy, che affondava gli amplificatori nel dancefloor degli hardcore continuum tra jungle, d’n’b e broken beat, Drew Lustman torna con il suo alias di sempre, Falty DL, confezionando un lavoro complesso che intende porre l’ascoltatore davanti ad un duplice filo conduttore tra emozione e visione. Fin dalla scelta del titolo del disco, Heaven Is For Quitters, e del lead single, Drugs, è detto fin dall’inizio tra le righe che questo lavoro rappresenta una sorta di autobiografia per il producer newyorchese, o meglio una seduta psicanalitica per esorcizzare alcune dipendenze di lungo corso. Ne esce un biglietto da visita – Drugs appunto – che è il centrifugato di un uomo che con le droghe ne ha passate di belle e brutte, un pezzo accompagnato da un videoclip che potrebbe – dato il notturno spaccato urbanistico britannico – ricordare il classicone Protection dei Massive Attack. Del resto, parliamo di un trip hop contemporaneo, tra siliconate serpentine trap e sognante/esistenzialista soul/r’n’b, che è un po’ il pop di questi anni Dieci.
Sempre in area 90s troviamo anche l’altro pezzo cantato del disco, la ballad con Hannah Cohen (Infinite Sustain), meno efficace ma comunque valida, uno scivolo verso l’heartbreak pop con tocchi di synth dal retrogusto cinematico. E sempre di circuiti del cuore parliamo anche negli strumentali, in cui l’ultima, valida produzione di Mu-Ziq, tra 80s, 8 bit, soffice esotismo e ricordi d’infanzia, ritorna nel brano Frigid Air, dove il boss di Planet Mu è appunto featurer alle tastiere. Il disco si sviluppa in seguito su altre angolazioni ancora, diventando un affare di elegante e visiva indietronica tra archi sintetici, effetti glitch (River Phoenix) e una palette di fascinazioni armonico/melodiche che non dispiacerebbe affatto ascoltare nel roster di Morr Music, o riproponendo dell’house macchiata di jazz (marchio di fabbrica di molta produzione FaltyDl) su uno splendido sprawl urbano (Bridge Spot) dove a dominare è un romanticismo à la Derrick May calato in un gioco d’ombre che ricorda il Jay McInerney de Le mille luci di New York. Inoltre, non vengono trascurati nemmeno cangianti incursioni nell’hi-tech (Neeloon (First Kiss), Beasts Of Heaven) o delle parentesi sintetiche 70/80 à la Survive (Flashy Compromise).
Nonostante quanto da lui stesso dichiarato nella press – non che Lustman si denudi in queste composizioni – quel che si ascolta qui è innanzitutto un prodotto elegantemente confezionato, dove a spiccare è prima di tutto l’abilità e la destrezza di un producer capace di reinventarsi album dopo album. D’altro canto parliamo di un disco ispirato e concepito a partire da un’urgenza palpabile, e sviluppato – lungo due anni – con calma e concentrazione. D&C, posta a fine scaletta, non poteva rappresentare una più degna conclusione, un lasciarsi andare che sa di addio (ma anche la premessa di una rinascita).
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