Recensioni

In Willoughby Tucker, I’ll Always Love You non c’è alcun tentativo di riprodurre l’impatto frontale di Preacher’s Daughter né la rarefazione quasi spettrale di Perverts, ma piuttosto un’assimilazione di quelle due anime in un linguaggio che sembra prendersi il diritto di sostare dove altri passerebbero oltre. Hayden Anhedönia restituisce a Ethel Cain la giovinezza, ma è una giovinezza già contaminata dal sospetto che l’orizzonte non porterà altro che abbandono, in un concept che va oltre la nozione classica della storia del rock per farsi saga, cinematic universe, serie.
Nel racconto c’è un amore, quello per Willoughby Tucker (che appariva in A House in Nebraska del primo disco e che stando alla fonte wiki del fandom è il primo e vero unico amore di Ethel Cain dai tempi dell’High School), e c’è una presenza muta che ne accompagna ogni scena: la morte come compagna di banco, silenziosa e ineluttabile. L’America che fa da sfondo non è quella dei panorami aperti e concilianti, ma un Paese stanco, segnato da divisioni che si sono fatte nervi scoperti, dove la retorica del ritorno ai valori tradizionali ha coperto la mancanza di risposte reali. Collocare questa storia in un Sud minore, fatto di strade secondarie, parcheggi polverosi e insegne scolorite, significa intercettare un ritmo esistenziale lento, quasi ostinato, che resiste alla cancellazione ma non alla trasformazione. La scrittura musicale si costruisce su strati che si sedimentano più che evolvere.
Linee di chitarra acustica ripetute fino a diventare trance, riverberi lunghi che allargano lo spazio d’ascolto, percussioni trattenute che emergono solo quando serve ricordare che c’è un corpo vivo dietro la voce. In Nettles la melodia si muove come se temesse di interrompere il silenzio, oscillando tra accordi sospesi e un filo di armonia vocale che sfuma subito, raccontando una relazione già incrinata da un evento irreversibile. Fuck Me Eyes arriva quasi come una provocazione e fa un po’ il paio con l’American Teenager del disco di debutto: sintetizzatori luminosi, un tempo più sostenuto, un ritratto tagliente di un’identità di provincia che conosce il peso dello sguardo altrui e il valore ambiguo dell’attenzione.
Willoughby’s Interlude è pura immersione sensoriale, un passaggio dove il tempo si piega e la trama si dissolve in respiri e risonanze indefinite, preparando a Waco, Texas, quindici minuti che rifiutano la forma tradizionale e si dispiegano come un paesaggio osservato troppo a lungo, finché ogni dettaglio perde contorno. Qui la voce non cerca di guidare, ma di insinuarsi, lasciando che siano pochi versi mirati a spostare l’equilibrio emotivo, accostando la costruzione fragile di un futuro familiare alla consapevolezza delle crepe che già lo attraversano.
Nei testi non c’è linearità, ma immagini isolate che funzionano come coordinate emotive: film slasher visti in un drive-in immerso nel buio, l’aria ferma di una stanza illuminata solo da una lampada, il pensiero ricorrente di un futuro immaginato e già incrinato. È una mitologia che non ha bisogno di simboli dichiarati, perché si regge sull’esperienza condivisa della perdita e dell’attesa, e in questo la sua forza non è nella quantità di dettagli ma nella loro capacità di restare impressi come se li avessimo visti da vicino.
L’album così non si offre come racconto compiuto, ma come archivio di momenti in cui il tempo sembra smettere di scorrere, e in quella sospensione lascia spazio alla consapevolezza che certi luoghi, certi amori e certe ferite continuano a esistere anche quando crediamo di averli lasciati indietro.
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