Recensioni

L’occasione parrebbe essere stata un periodo di vacanza che i cinque hanno trascorso sui monti dell’Oregon, in un piccolo villaggio chiamato Zigzag (?!), dove in completo relax e senza nessuna costrizione hanno jammato alla grande riducendo quelle ore di registrazioni in un monumentale doppio album da 78 minuti pieni. Indicando le otto lunghe suite che compongono queste fluviali Wild Strawberries con nomi di fiori e piante incontrate in quei luoghi, il quintetto di Portland ha trasposto su disco gli umori, le sensazioni, le atmosfere di quel periodo a stretto contatto con la natura, tra boschi infiniti e cieli stellati: roba che indica già di per sé dove andrà a parare l’album.
Roba ad alto voltaggio lisergico-primitivista, come se quei fiori e quelle piante scelte per indicare i pezzi i Nostri se li fossero fumati, e pure in quantità industriali: lunghe cavalcate psych in slow motion intrise di effluvi 60s frikkettoni (l’organo alla Doors che esce ed entra in Enchanter’s Nightshade o la lunga title track risolta in un trip che sa di summer of love andata a male), deliqui hard in bassa battuta con divagazioni acide (Maidenhair Spleenwort), oscuri abissi notturni di reiterazioni cicliche e da trip (White Adder’s Tongue), astrazioni avant-qualcosa (Woodland Anemone) e molto altro ancora, sempre su questa onda lunga.
Un album di nicchia, ma che ha tutti i numeri per invogliare molti, neofiti e meno, all’ascolto. E fa anche venir voglia di contattare gli Eternal Tapestry come tour operator per un “viaggio” decisamente soddisfacente.
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