Recensioni

Ne parlavamo come di una band dall’immaginario space-primitivista in occasione del precedente The Invisible Landscape. Ora, passati dalle etichette di culto Digitalis e Not Not Fun alla prestigiosa Thrill Jockey, i tre di Portland sembrano darci ragione. L’incipit del comeback infatti si intitola Ancient Echoes ed è nulla più di quello che potete immaginare: lontani, ancestrali echi di psichedelica soffusa tra chitarre che cinguettano e tappeti ritmici da raga per un immaginario da pieno trip ’60/’70.
Non è questione di singola canzone però. È il senso del tutto a connotare Beyond The 4th Door come un unicum di psichedelica morbida e vellutata, impreziosito anche dall’uso del sax. Fatta eccezione per l’epica heavy di Galactic Derelict – meno dirompente delle ambientazioni kraute del precedente, ma pur sempre una bella botta di psych spacey a volumi pieni – l’album si muove su continui rimandi floydiani, visionarie evanescenze da contorni sfocati (Reflections In A Mirage) e increspature ambientali tra corde pizzicate e dilatazioni ipnotiche (Time Winds Through a Glass, Cleary).
Molto meno corposi e cosmici che in passato e più radicati ad una visionarietà terrena e deserticamente materica, Dewey Mahood (chitarra) e i fratelli Nick (chitarra e voce) e Jed Bindeman (batteria) mettono da parte l’irruenza e puntano sui dettagli per oltrepassare le porte della percezione.
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