Shabazz Palaces
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Edoardo Bridda
- 28 Novembre 2012
Hip hop storto, coraggioso e felice di contaminarsi con le infiltrazioni più disparate: quello degli Shabazz Palaces è un progetto tra i più interessanti e affascinanti dell’ala sperimentale e arty dell’hip hop di inizio anni Dieci (tra i correlati potremmo includere Death Grips, Clipping, Clouddead e un po’ tutta l’ala Anticon).
Ishmael Butler (ex Digable Planet e Cherrywine) e il multistrumentista Tendai Maraire imbastiscono un sound astratto, curioso ed esplorativo, tanto psichedelico quanto proiettato verso un afrofuturismo ondivago. Nel loro cangiante frullatore infilano il jazz-rap del gruppo madre di Butler, il funk fantascientifico e carnevalesco della ditta Clinton (Funkadelic su tutti), le visioni ufologiche di Sun-Ra e l’afflato mistico tutto black figlio di John Coltrane e Pharoah Sanders. I loro dischi intessono un labirinto di soul, jazz, r&b, funk, etno-folk, psych e perfino kraut; il rap di Butler – rime astratte, mistiche, a volte descrittive calate in un contesto suburbano black – poggia così su un tappeto sonoro imprevedibile che unisce campionamenti hip hop, synth lunari e strumenti della tradizione africana. Il loro esordio e capolavoro Black Up (2011) è la tappa essenziale da cui partire, una visione epifanica che mostra come sarebbe andata se i Demon Fuzz di Afreaka si fossero presi una sbandata per l’hip hop.
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