Recensioni

7.2

Certe collaborazioni odorano di marketing come un Greatest Hits natalizio. Non questa. Who Believes in Angels?, l’album con cui Elton John e Brandi Carlile sfidano insieme la senilità creativa dell’uno e le nuove traiettorie dell’altra, è tutto fuorché un’operazione cosmetica. È un disco viscerale, generoso, perfino sfrontato nella sua ambizione di riportare la classicità rock & roll tutta Seventies sotto i riflettori dell’industria degli algoritmi.

Carlile, che a 43 anni ha già raggiunto uno status quasi sacrale nel mondo dell’alternative country americano (parlano gli 11 Grammy’s e i due Emmy’s) ed è artefice del ritorno sulle scene a Newport di Joni Mitchell nel 2023 , non si limita a “ospitare” Elton: lo sfida, lo provoca, lo spinge a tirare fuori quella teatralità glitterata, quella pulsione da suonatore incallito di pub inglesi, che sembrava sopita almeno dai tempi di Songs from the West Coast. E Sir Elton, con i suoi 78 anni e l’iPad rotto durante la sessione di scrittura (“Cliché! F*** off, Brandi!” e altre curiosità sono disponibili nelle session filmate su YouTube), risponde con un album che è più vitale di molte (tutte?) delle sue uscite del nuovo millennio.

L’apertura è The Rose of Laura Nyro, un tributo alla sacerdotessa del soul intellettuale che si muove tra synth nebbiosi e un pianoforte che entra come ancora armonica (e ricorda un po’ un’altra apertura mitologica, Funeral For a Friend). È un incipit che disorienta nel modo giusto perché sa di annuncio, di invocazione, quasi di concept. Da lì, l’album si diverte a spingere e tirare fra gli echi di Tiny Dancer in Never Too Late (per poco vincitrice dell’Oscar alla migliore canzone) – ballata con un cuore sinceramente spezzato – e le vampate di glam gospel (chiaro riferimento a Saturday Night’s Alright For Fighting) e da far venire i calli ai polpastrelli (Little Richard’s Bible) dove il pianoforte martella come in una b-side di Jerry Lee Lewis.

Chiaro, stiamo parlando di un revival vero e proprio, dove tutto si muove nel tracciato comodo della fama dell’uno e della creatività dell’altra. Ma anche nel revival, c’è del metodo: Bernie Taupin torna a prestare la penna magica in una delle collaborazioni artistiche meglio riuscite del rock, mentre Andrew Watt – qui più ispirato che altrove (vedi Pearl Jam e Rolling Stones) – in cabina di regia (già burattinaio della rentrée di John con Britney Spears) riesce nel miracolo di suonare filologico senza essere polveroso. Recupera addirittura la batteria originale (qui suonata nientemeno che da Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers) del già citato Goodbye Yellow Brick Road, acquistata all’asta da Ben Stiller (chi altri?), e la impasta con le linee di basso vellutate di Pino Palladino e i fendenti chitarristici di Josh Klinghoffer. È vintage, sì, ma con consapevolezza.

L’aspetto meglio riuscito è l’interscambio vocale. Carlile e John non giocano al classico botta e risposta (vedere la title-track, splendida pop song come non se ne vedevano da un po’): costruiscono armonie intrecciate, respirano insieme, si spalleggiano in duetti che hanno il sapore di confessioni incrociate. In Swing for the Fences, inno queer con un retrogusto da radio-rock FM settuagenario, la forza combinata delle loro voci trasforma una melodia altrimenti scolastica in un’esplosione emotiva. In Someone to Belong To, il country rock si fa tenero anche su un po’ pedante e decisamente disneyano. Degni di nota, infine, sono i momenti solisti.

Carlile scrive per la figlia undicenne You Without Me, e lo fa con delicatezza e cura, riuscendo a suonare pericolosamente simile a una Karen Carpenter in salsa Swift. Elton, invece, chiude il disco con la struggente When This Old World Is Done With Me. Solo piano e voce. Un testamento spirituale molto tenero: “Return me to the tide,” implora, ed è impossibile non sentirsi parte di quel mare.

È chiaro che Who Believes in Angels? si muove in un territorio già esplorato, non scomponendo gli esiti né delle carriere dei due autori, né tantomeno del genere di riferimento. Ma è altrettanto evidente che il disco non è solo un esercizio di stile o un amarcord affettuoso. È un album pieno di vita, che non ha paura di parlare di morte. Un disco che brucia con la stessa intensità dei recenti lavori migliori di John (si pensi a The Union), ma con più complicità, più carne viva, più voglia di ridere prima di spegnere le luci. Se questo è davvero uno degli ultimi atti discografici di Elton John, non poteva chiudere con una nota migliore. Anzi, la nota è doppia. E suonata in armonia.

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