Recensioni

Da una decina d’anni, ogni volta in cui sir Elton John pubblica un nuovo album, si parla di “ritorno ai bei tempi di Madman Across The Water, Goodbye Yellow Brick Road e Captain Fantastic“. Se da una parte è positivo leggere tanti elogi a una delle più grandi star del pop anglosassone del Novecento, il discorso sottintende che, quindi, fino al 2002 l’artista abbia inciso dischi insignificanti o brutti, e che oggi ci sia la stessa ispirazione di quando il nostro scalava le classifica con i suoi capolavori dei “classic years”: una doppia bugia, visto che dopo un decennio problematico (gli anni Ottanta, specialmente per via di scivoloni come Ice On Fire e Leather Jackets) la sua carriera si è risollevata con album più che dignitosi, magari in parte penalizzati da una produzione troppo “leccata” (The One) o da un eccesso di ballad (The Big Picture), e visto che per sua stessa ammissione Bernie Taupin, il vecchio sodale, l’amico fraterno e il compagno di scorribande in più di quattro intensi e travagliati decenni, considera ormai comporre i testi un semplice hobby.
Detto questo, si deve riconoscere che a sessantott’anni Reginald Kenneth Dwight non ha perso l’ispirazione né la voglia di proporre buona musica, arrangiata con gusto e, stavolta, spogliata di qualche orpello di troppo. Merito del produttore T-Bone Burnett, nome storicamente legato a dischi di Elvis Costello, Roy Orbison, John Mellencamp ma anche Tony Bennett e Diana Krall (e lavorò già con Elton John e Leon Russell per The Union), che ha messo saggiamente il pianoforte in primo piano. The Diving Board è un “back to basics” più di quanto lo fosse il già ottimo Songs From The West Coast un decennio fa, seppure con un cast di musicisti rinnovato, giovane ma con una solidissima gavetta alle spalle (il chitarrista Doyle Bramhall II, già con Eric Clapton e Roger Waters, il tastierista Keefus Ciancia e il bassista Raphael Saadiq, un tempo nei Tony! Toni! Toné!). La voce di Elton John non è più la stessa, la sua estensione si era ridotta già dopo i polipi alle corde vocali nel lontano ’86 e oggi è ancora più sofferta, roca, ma sempre ricca di pathos.
Le dodici nuove canzoni (ci sono anche tre onirici intermezzi strumentali di ispirazione classica e jazzistica) sono spesso legate, più o meno direttamente, con le vite di Reg e Bernie: Oceans Away è un toccante tributo al padre del paroliere, Oscar Wilde Gets Out fa pensare a un parallelo con le vicissitudini di Elton John, in lotta con se stesso per molti anni. C’è molta America, in The Diving Board: molto blues, più di una punta di country, cori gospel, fiati, persino il Tom Waits edulcorato nelle atmosfere da jazz club della title-track. C’è molto Elton John del passato, prossimo e remoto, che riemerge negli arpeggi e nelle linee melodiche di più di un brano (ai fan storici Can’t Stay Alone Tonight ricorderà I Guess That’s Why They Call It The Blues e I Never Knew Her Name, ci sono evidenti richiami a Cry To Heaven e I Fall Apart nella malinconica My Quicksand e al classico Someone Saved My Life Tonight nel primo singolo Home Again, quest’ultimo corredato da un video azzeccatissimo); c’è persino qualche giocosa citazione di opere altrui, dal Piazzolla dell’introduzione di The Ballad Of Blind Tom al Grieg di Peer Gynt.
The Diving Board è un disco che scorre fluido, con momenti d’eccellenza, senza inventare nulla di nuovo. Disponibile in varie configurazioni, con un discreto numero di tracce aggiunte a seconda dei territori e delle catene che forniscono edizioni esclusive, è ben registrato (si sente il fruscio del nastro, coerente alla natura vintage del progetto, e non si avverte alcuna distorsione) ma si poteva fare qualcosa di meglio con il suono delle percussioni, spesso stranamente impastato. Stride il trattamento con l’auto-tune della voce di Elton John in un contesto prevalentemente acustico e così piacevolmente “naturale”, e i testi di Bernie Taupin tendono spesso alla verbosità. Non saranno poche piccole pecche, tuttavia, a far scendere il re dal trono: The Diving Board è un ritorno a casa e, al tempo stesso, l’Elton John che non ti aspetti. He’s still standing, senza dubbio.
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