Recensioni

5.8

Diciamolo subito: titolo e copertina del nuovo disco di Elodie vorrebbero stabilire perentori che non è possibile stare nel mezzo. La cantante e attrice non può piacerci abbastanza “ma..”: o si sta con lei o contro di lei, tertium non datur. Neanche l’indifferenza, nel suo caso, è contemplata e questa dicotomia è espressa anche con una copertina piuttosto elaborata, con la nostra appoggiata su una croce con in rilievo coni di speaker. Sappiamo d’altronde che questo manicheismo fa parte dell’immagine pubblica di un’artista poliedrica che, con il precedente lavoro del 2023, aveva trovato finalmente una collocazione perfetta nel panorama musicale nostrano, sorprendendo anche gli scettici: una Dua Lipa italiana e un divismo pop che ammiccava alla Madonna di Confessions on a Dancefloor, la Kylie Minogue di Fever e, perché no, anche la Sophie Ellis Bextor di Read My Lips e Make a Scene, attorniata da collaboratori attenti a individuare e mettere in risalto i pregi del progetto.

Elodie è un personaggio sempre più eloquente, cui si perdonano anche maldestre ingenuità quando parla di politica, e straordinariamente divisivo: chi scrive pensa tutto il male possibile dell’ondata neopuritana che la investe, ed è convinto che una donna dotata di un fascino e sensualità innegabili abbia tutto, ma proprio tutto il diritto di sfruttare questi doni della natura (come del resto hanno fatto cantanti apparse su Playboy, attrici e showgirl su Blitz e Gin Fizz in pose ben più audaci e ben prima di lei), e le riconosce anche una certa ironia e simpatia dimostrata per esempio in uno sketch nei panni di un’ammaliante Catwoman – era praticamente perfetta nel ruolo – in Sensualità a Corte, apparendo al cospetto del baronetto Jean Claude (Marcello Cesena) e di Madreh.

Ci permettiamo anche di apprezzare – considerando come gira ultimamente il mondo della discografia, che va sostanzialmente a punire chi acquista subito il vinile o CD pubblicando edizioni sanremesi con brani in più a una manciata di settimane dall’uscita della prima versione e poi magari ristampando tutto un’altra volta mesi dopo perché, sapete, c’è un nuovo singolo estivo (se ad Annalisa ed Emma fischiano le orecchie è del tutto normale) – il fatto che Elodie, la Island Records e il team di produttori si siano comportati con maggiore rispetto nei confronti della fanbase: per quanto Red Light resti un episodio interlocutorio, è encomiabile che non abbiano reimpacchettato l’album di pochi mesi prima con materiale aggiunto rendendo la prima edizione un simpatico sottobicchiere.

Partendo dunque con la mente scevra da preconcetti e anzi, ben disposti all’ascolto del successore di Ok, Respira, c’è da dire che il risultato finale è una doccia non proprio ghiacciata, ma appena appena tiepida che fa suonare un campanello d’allarme per il futuro stato di salute della caldaia. Mi Ami Mi Odi pecca di inconsistenza e di una struttura troppo dispersiva e sfilacciata, quasi stessimo ascoltando una raccolta di lati A e B di singoli – tanto è lo scarto tra i ritornelli che funzionano per davvero e brani così sciapi e anonimi che neanche ci ricordiamo che fossero in scaletta dopo due o tre ascolti. Si parla sempre poco del suo timbro vocale e vale la pena ribadire che è sempre gradevole pur senza acrobazie né voglia di strafare, e intonato con i pezzi che propone. Laddove però Ok, Respira mostrava persino una certa eleganza pop/dance dal respiro internazionale nel vestito da sera, i beat stavolta sono più cafoni e certe soluzioni stilistiche sono un lasciapassare per i prossimi tagadà estivi o le gare di autoscontri.

Poi ci sono i testi. Quelli sì, un tallone d’Achille: nessuno si aspetterebbe mai Joni Mitchell o Ippolito Pindemonte, sarebbe stupido cercare poesia e letteratura in musica che ha l’ambizione di accompagnarci in una dimensione quotidiana che ha bisogno anche di un po’ di sana leggerezza. La musica pop danzereccia dev’essere un momento di evasione, e anche quando raccontano storie è meglio che i testi procedano per immagini e frasi ad effetto, ma ciò non significa che debba per forza andarci bene tutto: la piaga dell’emulazione dell’accento milanese, ahinoi, ha colpito anche la nostra, che a tratti poi sembra più rincorrere più gli hashtag del momento o più preoccupata a fare namedropping senza fornire indizi per decifrarne il senso (se la scorsa volta la rievocata era Rosa Parks, stavolta c’è un De Chirico buttato lì così, senza un contesto).

Per quanto si apprezzi lo sforzo di non cadere quasi mai nel baratro del trash più evidente, tranne qualche singolo caso da severa tirata d’orecchie, Elodie rischia inesorabilmente di intrappolarsi in cliché un tantino stucchevoli con la sua voglia di sfidare i benpensanti attraverso testi che barcollano perennemente tra il serio e il faceto. Prendiamo 1 ora, per esempio: “Solo un’ora con me / non mi dire che mi ami / non mi serve che mi parli se puoi usare le mani / se vuoi possiamo legarci come nello shibari” è preludio del peggio che verrà: “Galattica, audace, magnetica, erotica”, qualcosa che forse vuole fare l’occhiolino a Lady Gaga ma risulta più un implicito omaggio a Pamela Prati o ai “baci stellari” di Valeria Marini. Brividi, e non necessariamente di piacere.

Odio amore chimico è un susseguirsi di immagini che non hanno un nesso, alcune sono evocative (gli anarchici, gli angeli che crollano come coriandoli, l’inferno non esiste e non si salverà nessuno) mentre altre soffrono della mancanza di una logica (“Tutti i leader CEO / Sguardo crudo e cinico / Non sento più il brivido, brivido, brivido”). Interessante l’utilizzo dei fiati che danno carattere a un brano che altrimenti, come altri in scaletta, si fermerebbe alla sufficienza. La produzione dei B-Croma e la firma di Joan Thiele riescono a rendere interessante Thaurus, che potrebbe tranquillamente funzionare come singolo radiofonico, mentre Di nuovo suona volgarotta e senza mordente (“Io sopra di te, sono le due / Con le luci spente, con le mani sulla faccia / In camera c’è odore di… ah / Voglio le tue mani, voglio che mi chiami solo il weekend”). Pure “Balliamo latino americano / Se mi baci, io dopo ti amo” non è esattamente da Premio Lunezia. Nella title-track, firmata anche da Elisa, si menziona il vogueing (uno stile di danza in cui si imitano le pose plastiche dei modelli che appaiono nelle sfilate) e il connesso stile Runway, in una citazione madonnara che a sua volta era un omaggio al popolo rainbow (che pur compone una parte non trascurabile dei fan di Elodie stessa). Scendono lacrime di plastica (sic) in Cuore nero, tra un passaggio bislacco e un altro (“Se sbatto nei tuoi occhi come spigoli / Tu salvami / Che a forza di bere petrolio / Mi son fatta il cuore nero”).

Dimenticarsi alle 7 ha connotazioni sanremesi e non poteva che essere il pezzo più adatto per la kermesse, con quel ritornello a vele spiegate quasi neomelodico tanto da sembrare saccheggiato ad Anna Tatangelo. Funziona anche Black Nirvana, se fate a meno ancora una volta di soffermarvi troppo sul testo (“Il tuo vestito, Met Gala / Luna bianca, mandala”), mentre Muah (che non è un acronimo misterioso, è proprio il suono di un bacio un po’ più scivoloso e senza lo schiocco di “smack”) ha proprio le luci al neon lampeggianti che ci avvertono della sua funzione di mero riempitivo, qualcosa che in altri tempi sarebbe finito su un lato B e tante grazie. “Non dirmi Ti amo, ho il cuore al contrario / Prima ti bacio e poi bye, baby”. Sarà.

Merita un approfondimento Feeling: il brano inciso con Tiziano Ferro è un tentativo di svecchiare il secondo, ma farlo tornare 18-20enne in giro col ghettoblaster con i CD di Missy Elliott, Aaliyah ed Erykah Badu (che ora però alloggiano graffiati dentro una Porsche, a occhio non nuovissima visto che i lettori CD sono ormai scomparsi dalle autoradio di serie) lo fa apparire come il papà-Peter Pan vestito come il figlio adolescente con sneakers di grido, jeans strappati e maglietta con stampa vistosa quando fino a ieri si era rassegnato, in pantofole, a emulare Massimo Ranieri e il tardo Renato Zero. È comunque curioso il tentativo di far tornare cool il compact disc, dopo i dischi nel juke box e le musicassette. Tuttavia, il brano suona forzatissimo e Ferro ne esce piuttosto malconcio. Non male invece il contributo di Ariete, mentre spiace non vedere più Mahmood tra gli autori (un giorno, quando la storicizzeremo, saremo in grado di riconoscere la freschezza della sua scrittura in tandem con Dario Faini).

Non è necessariamente un difetto il fatto che ci siano così tanti autori e produttori coinvolti, ed è logico che per ogni nome – specie gli emergenti – è un onore essere in Mi Ami Mi Odi e un potenziale trampolino di lancio, ma l’assenza di una vera e propria direzione, di un amalgama che convinca, rende il lavoro una raccolta di singoli con rispettive b-side (o un Ep solido con extra track che hanno il solo compito di annacquare il tutto). Con i nomi presenti partorire sbagliare proprio tutto, ma Mi Ami Mi Odi sta a Ok Respira come Hard Candy stava a Confessions, o Body Language a Fever: è senz’altro rischioso tentare strade nuove dopo una formula che ha funzionato bene, ma la sensazione è che gli altri impegni abbiano gratificato assai di più Elodie (il cinema, ad esempio) e preso il sopravvento. Questo disco è destinato ad essere un’opera di passaggio – verso cosa non è chiaro, ma speriamo che la prossima volta abbiano tutti più voglia e concentrazione. Tra l’amore e l’odio qui ci collochiamo in una mesta scala di grigi, e il risultato non è del tutto sufficiente. Peccato, perché fare di più e di meglio era totalmente alla portata della cantante e di tutti gli attori coinvolti.

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