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Eli Keszler pubblica il primo album a suo nome, in realtà l’undicesimo, stavolta su LUCKYME. Una scelta che deriva dalla particolarità del lavoro in questione rispetto alla passata produzione elettroacustica, alle magie da drumming cubista, del compositore e percussionista attivo a NY, collaboratore nel corso degli anni di Laurel Halo, Oneohtrix Point Never, Skrillex, Rashad Becker e Oren Ambarchi tra gli altri, nonché autore di colonne sonore, installazioni e lavori visuali.

Al di là di persistenti sperimentalismi (Sun), Eli Keszler è infatti una raccolta di canzoni, con il probabile auspicio di incrementare il proprio carico comunicativo e di riflesso ampliare il bacino di utenza, che oscillano tra sporadici echi di Trentemøller, il David Lynch solista di Crazy Clown Time – si senta il primo singolo Ever Shrinking World nel guado di trip hop, post-dubstep e fumosi vocal di onirica ossessione – e la passione per romantiche atmosfere noir jazz, rinvenibili per esempio in Low Love, uno dei cinque episodi con il morbido coinvolgimento della cantante Sofie Royer, a dir la verità non particolarmente incisiva, come la massiveattackiana Speak For Me o un’acusticheggiante Stay dai toni operistici. L’altro ospite all’appello è Sam Gendel, al sax nell’intermezzo III.

Un’elegante raccolta di canzoni, forse non esaltanti ma da ammirare nella veste e nella voglia di cimentarsi in altro, meditabonde ma sottilmente inquiete, insinuanti più che decise nelle melodie, costruite dalla ricombinazione di differenti frammenti – texture elettroniche, ritmiche irregolari, cluster di archi, slide di chitarra, linee di basso, ecc. – e disposte lungo oltre un’ora di durata anche secondo uno specifico criterio narrativo, che si apre con le riflessioni sulla memoria della bluesy Wild Wild West e si chiude con le ultime parole pronunciate dal padre di Keszler in Drip Drip Drip, dalla coda ribollente. Un differente modo di sporcarsi le mani, un gioco serio.

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