Recensioni

Di Eli Keszler abbiamo già detto abbondantemente in sede di recensione dell’imponente Last Signs Of Speed, lavoro del 2016 in doppio vinile per praticamente un’ora di durata, che per musiche siffatte è davvero un tempo considerevole. Di lui possiamo affermare che ha avuto a che fare tanto con Loren Connors, Oren Ambarchi, David Grubbs, Phill Niblock, Keith Fullerton Whitman, quanto con Laurel Halo, Oneohtrix Point Never e László Krasznahorkai (scrittore ungherese autore tra gli altri di Satantango), giusto per dirvi di una forbice decisamente allargata. Che viene da un passato di studi al conservatorio del New England e da giovanili militanze in alcune hardcore band. Che nelle sue installazioni utilizza corde di piano a varie altezze pizzicandole, grattandole o semplicemente facendole vibrare per mezzo di bracci meccanici controllati da microprocessori. Che il suo campo d’azione contempla sia le matematiche di Xenakis sia l’armolodica di un Ornette Coleman.
All’osso, sul lato discografico della sua produzione, possiamo ribadire che è un percussionista free affascinato dal primitivismo, o sarebbe meglio dire cubista o che so, frattale. Qualsiasi definizione va in pappa quando si parla del suo tentacolare agire sulle pelli, o meglio su quelle e su tutto ciò che gli capita a tiro (vetri, legni, pietre…). Poi c’è quel preciso incastro tra tutto ciò e un contorno affidato perlopiù a morbidi synth analogici o misurati effetti, vetrosi loop, metti delle bottigliette percosse stile casual gamelan e altra minuteria. E non ultima, c’è la parte pensata/prodotta legata a questa materia prima, che la trasforma in installazione, iper-oggetto, altro da sé. Quel che esce dalle casse è osservabile in vari modi: è materia cosmica, vischiosa, sospesa, frantumata, ma pur sempre timbricamente ricchissima, musica con un suo peso specifico che s’imprime delicatamente in un invisibile velo, oppure costellazione di accadimenti in lentissima implosione, proprio come quella definizione che Zingales diede degli Autechre. Poi, potremmo disquisire: è elettroacustica oppure è musica concreta? È free jazz grattugiato oppure fusion saturniana? È veramente tutto suonato ciò che è percosso oppure c’è un processo di editing digitale à la Aphex Twin? Di sicuro è tanta roba, che genera nell’ascoltatore stupore, stordimento e, ciò che più conta, un’intima assuefazione, perché non c’è nulla di così confusionario in tanta generosità. Dietro a tutto non importa che ci sia una mano o un computer, anche solo per averla pensata in modo questa musica si porta dietro significati e un’esperienza precisi.
Dunque, parlare di ogni nuovo disco di Keszler è un po’ come tornare a viziarci degli stessi piaceri che la sua musica da sempre ci procura. In Stadium lo sentiamo più sulfureo e jazz o, se vogliamo appropriarci di un parallelo geografico (visto che sappiamo del suo trasferimento in città), diremmo del vecchio jazz, quello ascoltato in qualche club newyorchese perso nel tempo e nella memoria. Dicevamo in altra sede di quanto la sua musica contempli coordinate spaziotemporali: il tempo s’allunga sotto le note allungate di Rhodes e Mellotron o per mezzo degli effetti messi in loop, si dilatata sotto il tappeto ritmico, viene rapito dalle strategie compositive messe in campo. Proprio come nelle composizioni di Andrea Belfi, gli elementi basali sono facili da individuare (in Measurement Doesn’t Change the System At All c’è pure una mezza citazione da Bitches Brew) eppure magicamente il tutto si trasforma, diventa più nitido, abitabile. A livello di confezione possiamo vederle come scatole, queste architetture sonore, qui vetrose, lì gassose, fate voi, anche perché sono musiche che dialogano al di fuori, oltre che dentro. Possiamo trastullarci con il concetto di doppia dialettica: interna, come ricorsiva generazione di interrogativi e misteri (le note di vibrafono che svolazzano esotiche sul tappeto di bassoni di Bell Underpinnings); esterna, ovvero col braccio teso fuori ma soltanto affinché quella mano ti porti dentro. È un mondo altro in cui magicamente si viene rapiti, questo Stadium, portati dentro quella che è una cartografia di strade e tombini, lampioni penzolanti e grattacieli, fumi e pinnacoli.
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