Recensioni

Non sappiamo se tutto sia o vada “alreet” in questi tempi strani, ma di sicuro che a creare musiche tra le più fresche e vive siano spesso, non sempre ma molto spesso, vecchioni con discografie più che corpose alle spalle, qualcosa deve voler dire. Qualcosa che abbia a che fare con le dinamiche di assimilazione e fruizione del proprio retroterra formativo, forse; oppure con una maniera diversa di approcciarsi alla creazione musicale, in modi meno “liquidi” e/o volatili, più meditati e mediati, chissà. Pipponi a parte, è un dato di fatto che in molti ambiti anche piuttosto diversi, gente con svariate primavere sulle spalle ci ha offerto roba vecchia, ovviamente, ma al contempo fresca, curiosa, energica. Penso a Peter Perrett, a Marshall Allen prossimo al debutto a cento anni compiuti, o all’energia che certi noise-rockers hanno dedicato ai propri dischi dell’anno appena passato. Oppure, e qui concentricamente ci avviciniamo al lavoro del bassista storico degli Wire, a quello splendido disco che è Tutti di Cosey Fanni Tutti, le cui similitudini dal punto di vista di chi scrive sono molteplici: arrivava anch’esso a distanza di un decennio dall’ultima manifestazione sonora in proprio, era anch’esso prevalentemente elettronico e capace di far convivere tradizione (propria) e innovazione, ma soprattutto era un disco clamoroso.
Così, come allora, ci si ritrova stupiti dinanzi a questo disco di experimental-pop elegante, un po’ arty, un po’ wave, un po’ chissà cosa e ci si ritrova stupiti non perché il valore di Lewis sia stato dimenticato, quanto perché è veramente un lavoro di primissimo livello. Inatteso nel suo lirismo, sensazionale nella sua freschezza, centrato nelle sue scelte in perenne e mai forzato equilibrio tra le tendenze di cui sopra. Come un novello crooner post-Walkeriano, Lewis sposta avanti e indietro il suo universo sonoro personale (esperienze come Wire, Dome, Cupol, He Said, ecc. con cui ha toccato ambiti espressivi tra i più diversi) per comprimerlo in un minutaggio old school (8 canzoni per 40 minuti) in cui non vi è un momento di stanca o un elemento fuori posto: c’è la wave più pop ed elegante, c’è l’ultimo Scott Walker, ci sono paesaggi sonori oscuri e dilatati, c’è il pop ricercato, ci sono spruzzi di kraut, chitarre acuminate, ritmi quasi da dancefloor, percussivismo post-industriale. Insomma, c’è un artista che a 72 anni suonati non solo non appare stanco o ripetitivo, ma in grande forma e in grado di mangiare in testa a moltissimi altri epigoni.
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