Recensioni

6.9

L’iniziale Mio capitano recita: «Non so / se il sole mi protegge / o / è il cazzo che ho in mano / DIRIN DIN DIN / glorioso capitano / sei tu / o è il tuo volto disumano? / Sei gay / a ciascuno il suo valore / Sergey / ovviamente odi il sole / DIRIN DIN DIN / li raggi effervescenti / te disi mì / me piaseria se mi menti». Citazione doverosa solo per dire che un disco di Edda lo riconosci già dai primi venti secondi, e Illusion non fa eccezione rispetto ai sei che il Nostro ha dato alle stampe prima di questo.

Con gli album dell’ex frontman dei Ritmo Tribale il modus operandi è sempre lo stesso: al primo passaggio cerchi di razionalizzare ciò che stai ascoltando, al secondo i brani acquistano un senso logico tutto loro, al terzo non riesci più a toglierteli dalla testa. Lo stream of consciousness che regola la scrittura dei testi delle canzoni, di cui il Nostro ci ha parlato recentemente in sede di intervista, è figlio del momento. Un approccio che concede ampio spazio alle intuizioni e che alla fine è una delle cifre stilistiche di un musicista consapevole che la creatività a volte prende strade tutte sue, e va lasciata libera di esprimersi. Per poi magari tirare le fila del suono in sala di incisione.

Seguendo questo principio sono nati dischi come Semper Biot, Odio i vivi o Graziosa Utopia, a nostro modo di vedere tra le cose migliori pubblicate da Edda in carriera. Album in cui il prezioso lavoro in regia era responsabilità di ottimi professionisti come Taketo Gohara (per chi scrive, uno dei produttori più coraggiosi di sempre) o di Luca Bossi e Fabio Capaldo. In Illusion a produrre c’è Gianni Maroccolo (Litfiba, CSI e molto altro) e la prospettiva cambia di nuovo: gli arrangiamenti diventano meno classicamente “rock” (a parte forse Carlo Magno) o cantautorali, più attenti alle sfumature, e il mood si fa più introspettivo. 

Acquistano importanza dettagli musicali che nel loro minimalismo caratterizzano fortemente il materiale – il riff iniziale di Alibaba, il giro di chitarra di La croce viva, lo strumento etnico che introduce L’ignoranza – per un Edda più pacato nei toni, ma anche incuriosito da certe desinenze inconsuete nel cantato (ad esempio, il falsetto di Lia). In alcuni frangenti sembra di riconoscere tra le righe una wave sui generis, (Alibaba, Gurudeva), in altri si scelgono i chiaroscuri di un arpeggio per accompagnare una delle ballad migliori del disco (la già citata Mio capitano), in altri ancora si sfiora addirittura la psichedelia (L’ignoranza). Per un disco che per più di metà programma non sbaglia un colpo, per poi calare leggermente con l’ispirazione nella seconda parte di scaletta. 

Eppure, al di là del giudizio soggettivo, la virtù migliore di Illusion è a nostro avviso farci scoprire un nuovo lato di Edda che, pur non tradendo il senso e il carattere della sua musica, rappresenta un’intrigante mediazione verso gli archivi sonici del Maroccolo-pensiero. Una convergenza che sulla carta era tutt’altro che facile, per quanto intellettualmente affascinante.

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