Recensioni

Quando si parla di Edda/Stefano Rampoldi si citano spesso i testi sopra le righe delle sue canzoni o magari l’approccio senza filtri alle interviste. A volte ci si dimentica però di evidenziarne le capacità, sia in fase di scrittura che di esecuzione live del materiale, ovvero il suo essere fondamentalmente un musicista della vecchia scuola (gli anni Novanta), con tutto quello che questo comporta in termini di professionalità e bagaglio tecnico. Un musicista che, tra le altre cose, nel giro di cinque dischi molto diversi tra loro pubblicati a suo nome, ha di fatto azzerato il suo passato come frontman dei Ritmo Tribale – per lo meno nell’immaginario comune, visto che il suo pubblico non è composto da nostalgici della band milanese ma da persone che apprezzano la sua musica (quanti ex-cantanti di formazioni celebri ci sono riusciti?) – inventandosi un modo di scrivere talmente peculiare e caratterizzante da diventare, volente o nolente, piaccia o non piaccia, un marchio registrato riconoscibile dalla prima nota suonata.

Sul palco del Bronson, il suo approccio “alla vecchia” ha dato vita a un concerto tiratissimo, grazie anche a una band puntuale, si parli del basso e delle tastiere di Luca Bossi, della batteria di Nick Lamberti o della chitarra di un Francesco Capasso che tra effetti, fraseggi, accordi e via dicendo ha svolto un lavoro enorme sui suoni – tecnicamente nemmeno tanto immediato, come abbiamo verificato di persona osservandolo per buona parte del concerto – contestualizzando timbricamente i brani. E poi c’è la voce di Edda, che se non fosse per quell’aspetto un po’ sgarrupato che caratterizza il personaggio, staremmo a incensare in ogni dove (volete convincervi una volta per tutte? Guardate questo video): anche a Ravenna il musicista ha dimostrato di avere ancora parecchie cartucce da sparare, nonostante gli imbottigliamenti e i dinamismi che la sua musica sgusciante prevede. Lui si è presentato in pantaloncini, scarpe da ginnastica, felpa verde, tipo un Henry Rollins reduce dai Novanta (si fa per dire eh, giusto per qualche vaga somiglianza nei tratti somatici e nell’estetica), non fosse che anche l’aspetto del musicista milanese alla fine ha concorso a definirne il carattere: una allegra noncuranza per le convenzioni del music biz e una sacrosanta attenzione per la sostanza, più che per la forma (ce ne fossero…).

Il live è stato un concentrato senza troppe pause di brani estratti soprattutto da Graziosa Utopia e dall’ultimo Fru Fru, tra un’Arrivederci Roma proposta nel bis solo voce e chitarra e una E se trascinante, con quella chitarra puntuta à la Nile Rodgers, ma anche Spaziale, Benedicimi, Ziguli, Signora, Abat-jour, Italia Gay, Samsara e molti altri. Poco più di un’ora di concerto che ha divertito ma ha fatto pure riflettere su quanto Edda sia diventato, nel tempo, consapevole del valore della propria musica, eppure ancora abbastanza onesto da dedicarcisi anima e corpo senza tante strategie dietro. Uno degli ultimi esemplari di una razza in estinzione e da proteggere, con i crismi dell’artista anche quanto fa il cazzone. Come si fa a non volergli bene?

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