Il Dharma è il tuo talento. Intervista a Edda

Prima di essere un musicista, Stefano Rampoldi in arte Edda è un essere umano di rara sensibilità. Ascoltare la sua produzione discografica significa spesso considerare anche il suo percorso di vita e il suo modo particolare di approcciare la scrittura musicale. Nulla di quanto l’ex Ritmo Tribale incide nei suoi dischi da solista infatti è “architettato” a priori, segue vincoli stilistici troppo stringenti o mira a scelte di convenienza. Quasi tutto è il risultato di un momento creativo che fa dell’immediatezza e di quelle strane convergenze empatiche che chiamiamo “intuizioni” il punto focale di tutto il discorso. Il resto è un razionalizzare in sala d’incisione, magari affidandosi a produttori artistici capaci di valorizzare il materiale grezzo: nel caso dell’ultimo disco di Edda, Illusion, uscito il 23 settembre, la regia è di Gianni Maroccolo, uno che tra primi Litfiba, CSI e collaborazioni varie ha contribuito a scrivere la storia degli ultimi 40 anni della musica alternativa italiana. 

Due musicisti che avevano già collaborato ai tempi di Noio; volevam suonar (2020) e che qui si fanno più seri e compìti, per dar vita al settimo album in studio dell’ex Ritmo Tribale. È un’unione di intenti e di caratteri piuttosto diversi che genera un disco per certi versi atipico, per chi è abituato agli standard della produzione di Edda, e abbastanza lontano, stilisticamente parlando, dal lavoro che ad esempio Fabio Capaldo e Luca Bossi avevano svolto in dischi come Graziosa Utopia. Un disco maroccoliano ed eddiano al tempo stesso, riconoscibile ma anche interessato alle sfumature più periferiche, e in cui la frizione tra gli immaginari scesi in campo genera ipotesi di sviluppo intriganti e qualche gradita sorpresa.

Nell’intervista che segue, frutto di una chiacchierata dal vivo via Zoom che ha avuto luogo un giovedì sera di settembre, ci siamo fatti spiegare dal diretto interessato come è arrivato a registrare un disco come Illusion, anche se ben presto la conversazione si è spostata su altri argomenti forse meno legati all’aspetto musicale ma altrettanto interessanti. Per capire poi, alla fine dei giochi, che il fare arte – e musica, in particolare – è una scelta di vita per niente facile ma spesso obbligata, se sei abbastanza bravo da leggerti dentro e vedere chi sei davvero.

Cito, semplificandoli, alcuni punti di una tua dichiarazione riportata nel comunicato stampa che accompagna il tuo ultimo disco, a proposito del titolo che hai scelto per l’album, ovvero Illusion: l’esistenza materiale è un’illusione che ricopre l’anima spirituale dell’individuo; illusione intesa come la difficoltà di arrivare alla verità. Di quale verità stai parlando?

Quando andavo a catechismo mi dicevano che eravamo “illusionati” dal concetto di “io” e di “mio”. Ovviamente si riferivano al fatto che tutto appartenesse a Dio, visto che era il catechismo. Questa cosa l’ho ripresa quando avevo vent’anni e in qualche modo mi è rimasta in tutte le esperienze che ho fatto, ed ora è diventata anche il titolo del disco. 

I brani hanno qualche rapporto con il titolo del disco?

In realtà no. A volte mi sembra che le canzoni che scrivo non abbiano un significato voluto o specifico. Sono cose che in qualche modo faccio uscire dal subconscio, se vuoi (come mi ha fatto notare un giornalista…), perché non scrivo mai pensando a un tema. In qualche maniera poi i brani trovano il loro senso. Quando ho una canzone pronta dal punto di vista musicale, cerco le parole, e se quelle che trovo mi corrispondono, sono contento.

Musicalmente parlando, cosa avevi in mente quando hai scritto le canzoni di Illusion? 

In realtà non ho fatto molte scelte estetiche per questo disco, e mi sono invece affidato a Gianni Maroccolo. Non essendo un musicista virtuoso, non posso certamente pensare di fare di scelte di produzione o di arrangiamento mirate. Tutto il vestito sonoro è merito suo. In realtà, in tutti i miei dischi mi sono sempre affidato a produttori artistici per le scelte musicali.

Come è stato lavorare con Gianni Maroccolo, già frequentato ai tempi di noio; volevam suonar? Credi che abbia lasciato un tratto distintivo sul disco?

Credo proprio di sì. Tutto il suo lavoro dimostra che ha ascolti di riferimento suoi e un’idea del suono tutta sua. Lui è un produttore vero, nel senso che le cose le fa con la sua testa. Tanto è vero che ha deciso di rischiare facendomi suonare la chitarra sul disco, che per me è una cosa nuova, considerato il fatto che le mie capacità tecniche allo strumento si riducono al minimo indispensabile. Alla fine, grazie alla sua bravura nel sentire cose che io magari avevo solo scritto con la chitarra in forma grezza, è riuscito a creare un vestito sonoro. È stata una sfida, perché sapeva a cosa andava incontro, ma credo che l’abbia vinta. 

Rispetto al resto della tua produzione solistica, che differenze vedi in questo disco?

Il fatto di aver suonato anche la chitarra, oltre ad aver ovviamente prestato la voce, me lo fa sentire un po’ più mio e vicino a ciò che sono. 

Come ti sei trovato a livello umano con Maroccolo? 

La settimana in cui abbiamo registrato è stata piuttosto impegnativa, a dire la verità, e io non vedevo l’ora di chiudere tutto. Questo non perché lui mi trattasse male, ma perché sentivo la responsabilità di suonare, oltre che di cantare, considerato poi che la chitarra nel disco è l’unico strumento che dà armonia e un po’ di colore (gli altri strumenti sono fondamentalmente basso e batteria). Abbiamo cercato di dare il massimo, e nonostante ci sia stato anche qualche momento difficile, posso dire che Gianni ha sempre creduto in me, e gliene sono grato. 

Brani come Lia mi hanno abbastanza sorpreso. L’uso che fai della voce è particolare e diverso rispetto al passato…

Sì, l’ho notato io per primo quando mi sono arrivati i mix del disco, però devo dire che è una cosa che mi piace molto. Non sono mai stato un fan della mia voce, anche perché ho questa “paperinite” [sorride, ndSA] che mi porto dietro dai tempi dei Ritmo Tribale. In quella canzone ho cantato così, senza rendermene conto, e alla fine il risultato mi piace. Se dovessi scegliere un disco in cui il suono della mia voce non mi dà fastidio, potrebbe essere questo. 

Se dovessi redigere una piccola guida su come fare una “canzone alla Edda”, cosa scriveresti?

Quando scrivo una canzone mi dico sempre che dovrei annotarmi il procedimento che mi ha portato a scriverla, ma alla fine non lo faccio mai. Se prendo ad esempio un brano come Lia, che credo sia una delle cose migliori che ho inciso, non mi ricordo nulla del modo in cui l’ho scritta. Forse sono partito dal giro di chitarra che senti all’inizio, ma onestamente non ricordo. Ed è quella, se ci pensi, la difficoltà di fare canzoni: non sai mai da dove arrivano. A me le canzoni non vengono così d’istinto o facilmente. 

C’è un’altra canzone nel disco che secondo me è una delle più belle, ovvero La croce viva, che è nata un po’ così. Gianni mi aveva chiesto di aggiungere qualche altro brano al disco e così una sera ho cercato di scrivere qualcosa. Ora che mi ci fai pensare, credo che stessi ascoltando un brano degli Ustmamò, da cui sono partito per sviluppare La croce viva. Diciamo che per scrivere una canzone deve arrivarmi un input, che può essere un dettaglio musicale o un altro brano.

Quindi di solito parti da un elemento musicale, non da un testo già scritto…

Sì, non parto mai da un testo scritto. I testi sono un po’ figli del momento in cui scrivo la canzone: parto da una parola e poi arrivano altre parole, e se hanno un suono che mi piace, le tengo.

Non ti conosco bene, ma mi sei sempre sembrato una persona piuttosto irrequieta nel tuo rapporto con la quotidianità e in generale con la vita, eppure anche molto onesta. Quanto sei cambiato umanamente parlando dagli anni di Semper Biot? Chi era l’Edda di quel disco e chi è l’Edda di Illusion?

Forse ero già cambiato ai tempi di Semper Biot. Gli ultimi dieci anni mi hanno fatto sempre più imboccare una strada mia, che mi ha allontanato un po’ dal tentativo di essere un “cittadino modello” con un lavoro e una vita regolare [la condizione in cui viveva Edda prima di incidere Semper Biot, ndSA]. Certamente non credo più a niente di quello che mi viene propinato. Credo a quelle cose religiose a cui ti accennavo prima [il riferimento è alla religione Hare Krishna, ndSA], che da un certo punto di vista possono anche sembrare talebane, ma non lo sono assolutamente. Da un lato mi rendo conto che la mia potrebbe anche essere stata una scelta di comodo, perché sto invecchiando (il prossimo anno compirò sessanta anni), anche se, a pensarci bene, questa cosa della religione risale a quando avevo diciannove anni. Negli ultimi quaranta anni me la sono portata dietro. Sono cresciuto come persona, ma alla fine non ho trovato una verità nelle cose contingenti e che abbiamo attorno. Hanno tutti torto e hanno tutti ragione: chi può dire quale sia il modo giusto di vedere le cose?

Alla fine c’è chi nasce per fare soldi e chi nasce per fare altro. Io mi trovo bene a fare le mie cose da Hare Krishna. Mi trovavo bene a farle anche a vent’anni, anche se poi le ho lasciate per “godermi” la vita [il tono è ironico, ndSA]. Ora che me la sono “goduta”, posso dire di aver perso quarant’anni, anche perché “godere” alla fine, è un’illusione. Non dico ovviamente che quello in cui credo io sia la verità, non cercherei mai di convincere te o qualcun altro che lo sia. Ma sto bene con i miei confratelli. Diciamo che non ho mai trovato la verità in qualcos’altro. 

Io non servo a niente, non faccio aumentare il PIL del paese [il riferimento è alla professione di musicista, ndSA], da un certo punto di vista potrei anche sembrare un parassita per quello che faccio. Ma cosa posso farci? Ho anche provato ad essere diverso, ma mi sono reso conto che è stata una forzatura. Mi ricordo che quando avevo un lavoro regolare e facevo ponteggi, avevo uno stipendio, guadagnavo, pagavo un affitto, avevo una macchina. È stato un periodo che è durato una decina di anni, e in quel momento ero uno Stefano che doveva sforzarsi di essere quello che non era, qualcuno che, poi ho capito, non mi piaceva essere. 

Credi che lo scrivere canzoni ti abbia aiutato a scendere a patti con te stesso? L’opera artistica ha una funzione catartica, secondo te, nei confronti della persona che la crea?

Mah..scrivere canzoni è probabilmente un piccolo talento che ho e che sarebbe stato un peccato non coltivare. Sono contento di averlo portato avanti. È sicuramente una cosa che mi fa bene, è un po’ il mio Dharma [legge naturale, ndSA]. Diciamo che sono più bravo come cantante che come pontista, badante o autista di camion. In più, a volte qualcuno mi dice che qualcuna delle mie canzoni gli ha dato qualcosa in momenti difficili o belli, e questa cosa mi fa piacere, non tanto per un egocentrismo mio, ma perché penso che quello che scrivo magari possa essere utile. 

Come vivi la situazione concerto ora, rispetto a quando eri magari nei Ritmo Tribale?

Negli ultimi tre anni ho fatto molti concerti da solo ed è stata un po’ dura. A un certo punto hanno cominciato ad assomigliare più a una sorta di cabaret musicale [sorride, ndSA], piuttosto che a concerti, perché parlavo molto durante i live. Per il tour di questo disco torneranno i “pappagallones” [sorride, ndSA], che sono i musicisti che mi hanno accompagnato in tutti i concerti che ho fatto da quando sono tornato a suonare. Suonare e andare in giro con loro è molto divertente, e poi così il peso e le responsabilità vengono suddivise tra tutti noi. È sempre una bella esperienza, e con loro riesco a salire sul palco rilassato e contento. 

Ai tempi dei Ritmo Tribale, negli anni 80, ero un essere scatenato [sorride, ndSA]. Salivo sul palco e mi ritrovavo immerso in una condizione di adrenalina pura, con il pubblico che urlava, il locale pieno. I Ritmo Tribale erano così: dei cavalli pazzi. Ora suono con musicisti bravissimi e la situazione è un po’ cambiata.

Edda, foto per la stampa (2022)

La tua generazione e la mia – se non sbaglio sei del ’63, mentre io sono nato nel 1975 – sono state tra le ultime a vivere un’adolescenza totalmente analogica, senza internet e smartphone. Essere giovani per noi voleva dire mettere in qualche modo in discussione il conformismo sociale con le nostre azioni e i nostri interessi, ritrovarsi tra simili ai bordi di un modo di vivere e di una società in cui non ci si riconosceva. Per i ventenni di oggi invece, complice forse lo smartphone, mi pare che il conformismo sia diventato una virtù, qualcosa a cui aspirare. Cosa ne pensi?

Quando avevo 12-13 anni ho fatto in tempo a vivermi anche momenti di grande socialità politica della piazza. Mi ricordo ad esempio la manifestazione per la morte di Fausto e Iaio, durante la quale una ragazza che avrà avuto 18-20 anni mi ha preso sotto braccio e mi ha fatto entrare nel corteo assieme a tutti gli altri. Questa cosa ovviamente adesso non c’è più, i ragazzi non socializzano più in questo modo. 

Sui giovani, però, posso dirti che per me hanno sempre ragione loro. Nel senso che è una fase della vita in cui hanno questa forza pazzesca che c’è solo in quel momento lì, e in qualche modo a livello sociale portano sempre qualcosa in più che noi magari non vediamo. Mancano di contenuti? Sicuramente le nostre generazioni sono state generazioni più antagoniste, che si schieravano contro lo Stato o la politica di allora. Ma in mezzo ci sono stati anche dei Fioravanti. Almeno le nuove generazioni non fanno più questo genere di errori. 

Abbiamo passato un periodo pessimo, con la pandemia da Coronavirus: come ti ha cambiato umanamente?

Mi ha fatto diventare ancora più anarchico. Non ho capito chi avesse ragione, ma mi sono reso conto molto bene di come possa agire la propaganda. Mi ha fatto anche un po’ spavento vedere in certi momenti la forza dello Stato. In generale mi hanno dato molto fastidio le cose che ho visto, tanto che ho deciso definitivamente di spegnere la televisione. Non la guardo più e cerco di informarmi tramite altri canali. E molto spesso ascolto opinioni di persone che non la pensano come me.

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