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Un anno e mezzo dopo il notevole e per molti versi sorprendente El Magnifico, Ed Harcourt batte un altro colpo con Orphic, undicesimo album di inediti. Se il titolo si ispira a Orphée, pellicola che Jean Cocteau realizzò nel 1950 come rivisitazione in chiave contemporanea del mito di Orfeo ed Euridice, le canzoni sembrano voler alludere proprio a quel celebre e doloroso viaggio “infernale”  rinunciando al pop-rock strutturato e a tratti fastoso del predecessore, per rifugiarsi quindi in una dimensione più intima e notturna. Più concretamente, Harcourt stesso ha dichiarato di averle concepite e incise nel pieno dell’inverno, e di considerarle quindi una sorta di terapia contro il cosiddetto winter blues, altrimenti conosciuto come SAD (Seasonal Affective Disorder).

Realizzato nel proprio studio (The Wolf Cabin, nell’Oxfordshire) in pressoché totale autarchia (unica ospite la moglie Gita al violino), Orphic mette in fila undici tracce di folk minimale e onirico, nelle quali la ricerca costante dell’atmosfera non sconfina mai nell’atmosferico a gratis ma esprime una genuina resa dei conti con malinconie e angosce crepuscolari, rispetto alle quali la vena melodica costituisce un puntuale lenitivo.

Con questa configurazione, emerge una somiglianza a tratti pronunciata con il primo Grant Lee Phillips solista, come è evidente fin dal sogno amniotico di Under The Still & Lonely Sky, talora ibridato con la mestizia lunatica di un Mark Linkous (Yesteryears) oppure messo a bagno nel folk-blues liquoroso e notturno del Mark Lanegan altezza Field Songs (Mercurial). Altrove si incrocia la strada di un valzerino intimo e asciutto – chitarra, piano, voce e tastiera – che sembra uscito dalla penna di un Elliott Smith colto da febbre Black Heart Procession (O’ Gentle Death), mentre Winter’s Sigh si sgrana desertica e suburbana, romantica e noir come certi languori misterici Hugo Race.

Facendo le debite proporzioni, e sfidando la pigrizia del luogo comune, potremmo considerarlo il Nebraska del cantautore inglese, se non per la cupezza dell’insieme (che qui a dire il vero non perde mai di vista il chiarore prossimo a venire) almeno per come sembra prediligere il fare musica rispetto al “prodotto finale”. Cui pure non difetta un certo appeal, che del resto non manca mai nei lavori di Harcourt.

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