Recensioni

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Non è certo una novità che la stampa anglosassone tenda ad esaltare (ed
esultare per) alcuni propri autori in termini che spesso appaiono sproporzionati

quando non incomprensibili alle nostre latitudini (è verissimo anche il viceversa,
naturalmente, anzi magari un RUNI o un Perturbazione in terra
d’Albione neppure se lo cagano). Prendete EdHarcourt, ad esempio, di cui
pure una certa dose di talento avevamo potuto apprezzare grazie al pionieristico Maplewood,
extended play in cui la ristrettezza dei mezzi faceva da contrappunto ad
una toccante

vivacità di scrittura che – con non poche ragioni – indusse qualcuno a parlare
di prodigio. Quegli stessi germogli di mestizia squinternata e acidula finivano

però asfissiati da una produzione fin troppo invasiva nel successivo full
album Here Be Monster, nobilitato da rare e
sorprendenti intuizioni melodiche presto risucchiate tra orpelli, capricci
e splendida

futilità. Come da copione, elogi più o meno sperticati in area anglofila,
qualche perplessità e rammarico altrove:vabbé,businnesasusual, inutile farne
una ragione di stato.

La seconda prova, cioè la riprova, arriva oggi più o meno puntuale e – diciamolo
subito – senza risolvere un granché. Ovvero, siamo punto e daccapo: si respira
aria da mestierante dal tocco felice, talvolta abile a far vibrare corde
più
eteree (vedi l’accorata madreperla di archi e ottoni in Bleed A
River Deep

e la invero palpitantetitle track, piano-traghetto in una baia di nebbie
e sussulti echoizzati che fa un solo boccone degli onesti Coldplay),
ma nel complesso votato ad un epidermico intrattenimento fin troppo ben
architettato
(si sprecanoeffettucci sintetici, drumming vibratili, organetti da teatrino,
cori impalpabili, orchestre e armoniche di plastilina), con la bizzarria
gotica
di certi Eels (Ghostwriter, Undertaker Strut)
e un po’ di stralunata tenerezza Badly Drawn Boy (l’iniziale Bittersweet),
brandendo spesso la voce lungo spiegazzati parossismi vagamente jeffbuckleyani
(Metaphorically Yours),
talora propulso da vitamine pseudoglam (All Of Your Days Will
Be Blessed
e
soprattutto Watching
TheSun Come Up
, un po’ il DavidBowie “ducabianchista” ma anche
il JimO’Rourke serial-pop di Indifference) e
talaltra concedendosi improbabili seppur affascinanti escursioni in territorio
gospel-blues
(SisterRenee).

Tanti (troppi?) ingredienti e qualche buona ricetta in mano ad un cuoco
cui fa difetto il genio, e guarnire ad oltranza l’accademia non risolleva
certo le sorti del menu, anzi: non a caso i pezzi a cui voglio più bene
alla fine sono due tra i meno edulcorati, ovvero il soul-letico diJetsetter
(ritmica ad impulsi, armonica sfarfallante,punturine di tastiera, chorus
zampillante, inquietudine in dissolvenza) e soprattutto l’ineffabile inezia
pop di The Birds Will Sing For Us
(pedal steel, jingle-jangle, pianola e dolcezza), fresche prelibatezze scampate
quasi intatte da quel programma di sofisticazione forzosa inevitabilmente

portato alla confusione dei sapori.  

Onesto cantautore il buon Harcourt, nient’altro: potrebbe benissimo avere
in canna il colpo decisivo, ma non ci credo quasi più.

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