Recensioni

6.4

Tornano su major Echo & The Bunnymen, dopo il breve ritorno recente in Warner: anche se su SA non avevamo troppo apprezzato i loro album del nuovo millennio, evidentemente questa tarda carriera fatta di benefici dovuti alla retromania (ritorno di interesse e celebrazioni varie) e dischi che comunque i fan apprezzano, risulta attrattiva per le grandi etichette in crisi e in cerca di qualcosa da mettere intorno ai blockbuster. Chiaramente se la crisi c’è ci sono dei motivi, e uno di questi può essere la mancanza di coraggio: secondo Tim Sendra di Allmusic sarebbe stata l’etichetta a chiedere alla band un disco di rifacimenti dei loro classici con l’orchestra, a metà tra l’unplugged e la rilettura alla luce della maturità, ma è un’idea che McCulloch ha apprezzato nonché sostenuto con la dichiarazione riportata sul comunicato stampa, secondo la quale questi rifacimenti li avrebbe fatti “per sé” e per “migliorare” le canzoni (un verbo rischioso, ma d’altronde il cantante raramente è stato misurato nelle sue affermazioni). Un’idea che può lasciare perplessi sia come principio (le riletture in studio difficilmente hanno motivazioni o risultati interessanti), sia alla luce dei numerosi live recenti, sia soprattutto perché McCulloch aveva fatto una cosa analoga da solista nel 2013 con Holy Ghosts (evidentemente sia lui che l’etichetta se lo sono dimenticato).

Comunque di questa raccolta diciamo subito che The Somnambulist e l’autobiografica How Far? lanciano buoni segnali sulla salute del gruppo: non due singoli indimenticabili, ma due mid-tempo aperti, nei quali i Nostri fanno il loro lavoro con ispirata disinvoltura. Quanto alle riletture “mature”, Bring On The Dancing Horses ha un arrangiamento più spartano ma guadagna in piglio, Lips Like SugarRescue si rilassano un po’ senza allontanarsi troppo dall’originale e senza grandi danni, Angels & Devils perde lo sferragliare quasi orientale delle chitarre VU della versione originale per un arrangiamento in linea con le loro direttive consuete, mentre Bedbugs and Ballyhoo fa lo stesso abbandonando il gustoso mix tra Doors e baggy ante-litteram che aveva quando apparve. Zimbo rimette in evidenza il testo della strofa anche più di quando si chiamava All My Colours, prima che il centro dell’attenzione si spostasse sulla litania della ripetizione del nuovo titolo, ripetizione che qui si cerca di asciugare ma risulta più enfatica; Stars Are Stars lascia l’urgenza e si fa maturamente suadente; The Cutter cambia gli strumenti ma mantiene la tensione; il rallentare e l’arrangiamento più rarefatto di Seven Seas non fanno che evidenziare ancora di più l’atmosfera dell’originale e qualcosa di analogo succede per Ocean Rain, mentre i due pezzi anni ’90 Nothing Ever ChangesRust rimangono le due ballate smielate che erano. Chiude ovviamente The Killing Moon, piano e archi (che nel resto del disco non è che si sentano più di tanto), forse anche qui un po’ troppa enfasi nel cantato, ma è una canzone la cui bellezza non teme certo un arrangiamento spoglio, anzi.

L’operazione è opinabile come premessa, i risultati scontano il fatto di non aver provato, se non occasionalmente, a tirar fuori la scrittura e a valorizzarla con tocchi più delicati (quello che fanno i migliori unplugged e che faceva McCulloch nel disco succitato): non è un ascolto sgradevole, tutt’altro, ma se l’intenzione era quella di “migliorare” le canzoni, non è stata praticamente mai raggiunta. D’altronde, i titoli sono seguiti tra parentesi da un più neutro, non a caso, “Transformed”; giustamente.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette