Recensioni
Guns N' Roses
Guns N' Roses
Use Your Illusion I
Use Your Illusion II
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Demented Burrocacao
- 6 Ottobre 2021


Ci sono certe ricorrenze discografiche che ti aprono prepotentemente dei cassetti della memoria che forse avresti preferito tenere chiusi. Si apre il vaso di pandora soprattutto quando ci si trova di fronte ad album generazionali, i quali – volente o nolente – ci hanno travolto. È il caso di Use your illusion I e II dei Guns N’ Roses.
Partiamo col dire che Use your illusion (nella completezza delle sue due parti) è un disco profondamente sbagliato, mentre, paradossalmente (e quasi senza ombra di dubbio per chi scrive) Chinese Democracy un capolavoro. Il disco uscito nel 2008, quello sì, è stato il vero parto di un mitomane: doveva essere il naturale sequel proprio del famigerato doppio ma Axl Rose per terminarlo ci mette una vita che manco i Boston, licenzia e assume una quantità di musicisti e chitarristi davvero insensata (tra i quali il grande Buckethead), fa spendere una fortuna alla casa discografica quasi per farla collassare volontariamente, tutto questo per ottenere un successo davvero modesto rispetto ai vecchi fasti, nonostante si parli comunque di dischi di platino.
Use Your Illusion non arriva a tanto: non è un vero disco rock, o meglio è un album A.O.R. mascherato. Alla base, l’idea di un’opera monumentale che finisce per essere inamidata da una specie di appretto borghese, col manico. I Guns, punkettoni “glamster” zozzi e stradaioli degli inizi, finiscono per far concorrenza a Micheal Jackson senza rendersene conto. La prova è che nonostante Axl Rose su MTV, durante la premiazione ai Video Vanguard Awards, affermasse di non avere nulla a che vedere con Jackson, Slash un anno prima aveva suonato proprio in Black or White, e lo stesso premio ritirato dai Guns & Roses era stato fondato proprio a causa della popstar di Thriller. Il teatro dell’assurdo è quindi compiuto: la volontà quasi wagneriana di potenza porta la band a spingere l’acceleratore su qualsiasi idea che possa raggiungere lo scopo del successo, anche la più kitsch (November Rain e tamarro video correlato docet): anzi, proprio contando su quegli spunti, Use your illusion farà centro.
Come prevedibile, pochi si accorsero che buona parte del disco era un riciclo del giro di Knockin’ on heavens door (vedi il ritornello di Civil War, vedi Get in the ring, ecc ecc..). Ancora meno che si celebrasse la decadenza dell’hard rock a partire dai suoi luoghi comuni, proponendo musica ben codificata per il pronto consumo del grande pubblico. Use Your Illusion del resto – e qui sta l’altro grande controsenso – è un disco veramente rock per come lo si intendeva negli anni in cui gli Aerosmith erano infilati nell’heavy metal insieme ai Metallica, e a loro volta i Metallica assieme ai Guns e ai Motley Crue.
In questo senso Use your illusion era uno spaccato come all’epoca era difficile trovarne: era il rock dei Novanta e la sua stessa negazione per eccesso. E sicuramente non aveva peli sulla lingua: se volevi qualcosa di “zoro” sicuramente non ascoltavi i Nirvana, fin troppo colti a livello di genealogia d’ascolti, ma i Guns. Cobain era fin troppo politically correct rispetto alle uscite dei Nostri, che molto tempo prima si distinsero per la non proprio femminista I used to love her e l’ambigua One in a million. Canzone accusata di razzismo quest’ultima, quando alla base racconta la storia di un ragazzotto di provincia spaventato dalla violenza della metropoli e che si difende con la paura dell’altro da sé. Spike Lee in Fai la cosa giusta narrava della stessa situazione in un ottica certo diversa, ma lì stiamo.
Del resto, Axl non era certo un macho, anzi: November rain è una sorta di coming out, un omaggio a Elton John, e probabilmente il lato più “camp” dei Guns. Rose tra l’altro era un grande fan dei Nirvana, che invitò addirittura a suonare al suo compleanno, ma era troppo coatto per capirli veramente e i Nirvana troppo “educated” per entrare in contatto con lui senza insultarlo (anche se poi il cerchio si chiude con i recenti live Guns n Roses / Foo Fighters …che fossero più simili di quanto non si pensi?).
E a questo proposito, volendo aprire ai ricordi personali, all’epoca facevo il liceo, avevo circa 16 anni e Use your illusion fu un ciclone che investì tutto un modo di pensare / suonare delle band dell’epoca: i punk improvvisamente si misero ad ascoltare glam metal, chi ascoltava new wave si ritrovò spiazzato dal vedere Matt Sorum dei Cult alla batteria in sostituzione di Steve Adler. C’è chi vacillò vedendo la band passare dallo sleaze a cose chiaramente pop quali Yesterdays o la cover di Paul Mc Cartney Live and let die, così come qualcuno gridò allo scandalo ascoltando My world, che era praticamente l’ingresso dei Guns nell’industrial rock (che sarà diciamo la cifra per le fondamenta di Chinese Democracy).
Di base, se volevi in qualche modo stare sul pezzo, non potevi esimerti dall’eseguire il solo di Knockin on heavens door da loro riletta con successo, o quello di November rain: erano dei numeri che funzionavano sempre al saggio musicale di fine anno, ma anche in situazioni in cui dovevi far colpo (vedi sul pulmino della gita). C’era gente talmente patita di Slash che era capace di imitarne lo stile di bending studiandosi videocassette con i suoi live, senza capire che il nostro riccioluto chitarrista era perennemente sbronzo o fatto di speedball e non pigliava un bending manco a pagarlo oro: eppure tutti a fare i bending sbagliati, pensando fosse un nuovo stile, una nuova età. E forse lo era per davvero, perché Use your illusion era ispirato: nonostante fosse nato dal disastro. Anche con uno Steve Adler non più capace di stare dietro le pelli perché sotto botta da eroina e un Matt Sorum a sostituirlo ma incapace di metterci lo stesso groove (tanto che izzy Stradlin si disse sempre contrario all’ingresso di Sorum perché a livello di swing non funzionava), e con il licenziamento in tronco del loro manager, i Guns sembrano motivati a scrivere il doppio che li consacrerà alla storia come fosse un testamento: Flogging a dead horse, per citare una raccolta postuma dei Sex Pistols.
Axl improvvisamente, ancora una volta sfatando il mito dell’omofobo, sembra più Freddie Mercury che un hard rocker, e da copia sbiadita anche se più dura degli Hanoi Rocks (e non a caso troviamo il cantante Micheal Monroe al sax e all’armonica in Bad obsession e il bassista Timo Caltia che militò per un periodo con essi, qui presente come co-autore di Right next door to hell), i Guns diventano improvvisamente qualcosa d’altro. Una band crossover, volendo: un crossover che però non attraversa diversi generi ma solo il rock nelle sue tante sfaccettature. Insomma, il famoso sogno bambino di essere una rockstar, e tra le narrazioni di overdose contenute nei brani c’è quel candore fanciullesco che rende questi pezzi quasi intoccabili, soprattutto in quelli che una critica miope ha chiamato “riempitivi”, quando invece sono il fulcro dell’album.
Ad esempio, So fine è contorta quanto basta per essere artisticamente più valida della paracula e cantabile Don’t cry: stessa cosa per Get in the ring, che contiene forse il maggior numero di parolacce di qualsiasi traccia della band e per la sua bizzarria supera You could be mine, singolo contenuto nella colonna sonora di Terminator 2. Ma se in fondo è la cover di Dylan ad aver fatto fare il botto ai Guns per il suo hook da tre accordi, allora inutile stare a parlare: è come se si stessero trasformando in una cover band (cosa che The spaghetti incident? renderà palese).
I Guns hanno successo con singoli di base innocui, mentre è proprio nel disco intero, tra le pieghe delle hits, che possiamo trovare il grasso tarlo che intacca la normalità degli ascolti. Ma non è neanche questo che conta in Use your illusion: quello che conta è l’illusione evocata dal titolo. L’illusione di quello che ci si sta infilando nelle orecchie: è hard rock? È Pop? Oppure soltanto il parto di gente che vuole svuotare in fretta gli archivi delle demo e suonare quanto più possibile senza pensare a qualità o quantità, come una specie di “live fast die young”? Sì, esatto, è solo questo: la pratica del fare uscire due dischi contemporaneamente l’aveva pensata addirittura Edoardo Bennato in Italia prima di loro, nessuna novità. Bruce Springsteen idem. Lo stratagemma non è innovativo ma è quello di una band di ragazzini che giocano a fare le rockstar: sembrano i Bee Hive che si sono dati alla dipendenza da Jack Daniels’.
I brani non sono tutti cantati da Axl, ma anche da Izzy e Duff , seguendo anche qui una tradizione quasi telefonata delle band hard rock storiche nelle quali i vocals sono spesso lasciati agli altri membri della band (vedi i Sabbath con il batterista Ward al posto di Ozzy ma soprattutto i Queen con il loro turnover in studio): sembra quasi che vogliano imitare i loro idoli in maniera scolastica, ma la cosa gli riesce come riuscirebbe una parodia e per questo sembrano punk nell’accezione delle pantomime di Vicious. Ma del punk c’è solo l’ingegnere del suono Bill Price, una certa attitudine di Duff, che però è appunto stroncata dal suo stereotipo rock’n’roll contro il quale il punk si ribellava. Un cortocircuito ben evidente dal fatto che Axl girasse con tonnellate di bodyguard e prendesse lezioni da una vocal coach, arrivando addirittura a rifiutare la cocaina perché sennò cantava male: insomma lui ci teneva fin troppo alla carriera, altro che no future. Gli altri della band invece si sfasciavano senza ritegno, ma perché dovevano farlo in previsione di un rehab eterno (ora, infatti, nessuno di loro si “carica” più) : in fondo lo dovevano al pubblico che li voleva così, estremi.
I Guns di Use your illusion sono stati lo specchio nel quale una generazione si è guardata sognando di vivere al massimo senza regole, e che se non poteva farlo di persona delegava la cosa alla band. Ma ancora oggi, nonostante gli elementi che abbiamo portato qui in superficie, non sappiamo ancora per quale motivo il doppio album abbia funzionato tanto: probabilmente perché la gran parte dei pezzi era stata già scritta o scartata durante e ancora prima di Appetite for destruction. E quindi analizzandolo bene, Use Your Illusion è l’album meno creativo tra tutti quelli dei Guns e si sa, quando il mestiere sostituisce la creatività, si ottengono ottimi risultati di classifica; la grande illusione è che qui ci sia una band: ma come non sappiamo definire l’identità di quel ragazzino/ filosofo che prende appunti sul dipinto pop in copertina da cui prende il nome il disco (tra l’altro un remake della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio, come per ribadire i corsi e ricorsi storici), così anche noi non sappiamo definire il gruppo.
Lo specchio che i Guns rappresentavano per il pubblico era infatti distorto, come ammetterà lo stesso Slash: “I Guns erano diventati una specie di mostro. Una versione così bizzarra di ciò che un tempo eravamo che difficilmente riuscivo a identificarmi in essa. Ma non potevo fuggire. Come davanti a uno specchio deformante. Anche quando distoglievo lo sguardo, quel riflesso restava sempre lì”. E a quanto pare c’è ancora: è il riflesso – che lo si voglia o meno – del simulacro del rock.
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