Recensioni

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7.9

“Non ne fanno più di canzoni così”
“Mitici anni ‘80 imbattibili”
“Ci puoi giurare i Guns N’ Roses sono i più forti…”
“I Crue…”
“Sì”
“I Def Lep…”
“Poi Cobain, quel finocchio, è arrivato a rovinare tutto… Fine!”
“Volevamo divertirci! Che c’è di male?”
“Ah come l’ho odiata quella merda degli anni ’90”.

Febbraio 2007 e in un cinema milanese danno The Wrestler. Ci scappa una risata forte e amara per questa scena che è in fondo tenera e commovente anche se non la racconta troppo giusta a chi è nato a fine anni ‘70: ‘sta storia per cui loro “si volevano solo divertire” – dice Marisa Tomei, nel film semplicemente meravigliosa – e i cattivi siamo noi depressi, angosciati (e poco virili!) adolescenti tristi esistenzialisti cresciuti con il grunge, con la voglia di urlare con una chitarra e il distorsore a palla (lo facevano anche loro? ma non mi dire…)… non mi va giù, ma tant’è, touché, “ormai ci hanno preso tutto”, il boccone amaro va giù pure se di traverso. Il discorso su The Wrestler mica finisce qui. Nel lottatore imbolsito e in crisi d’identità, non ci voleva tanto a capirlo, si intende che c’è un po’ della parabola discendente di Mickey Rourke stesso e di quello che nel film è il suo cantante preferito: Axl Rose. Troppo facile. So fuckin’ easy e pure pretestuoso, come quella piccola imperdonabile apologia degli anni ‘80 mascherata d’innocenza nostalgica… un incipit troppo ghiotto per lasciarselo sfuggire in ogni caso, ed ecco che torna utile quando c’è da scrivere a distanza del primo LP dei Guns N’ Roses, un best seller da record oltre che uno dei più deflagranti debut album nella storia dell’hard rock, a onta di ogni strenua decisione o voto contrario.

Nella seconda metà degli anni ‘80 la scena rock di LA è in subbuglio ed è piena di belle cose. C’è il versante alternativo/crossoverista con tanto di Red Hot Chili Peppers, di Faith No More, band che stanno ancora tra l’underground e le luci della ribalta, gente di culto come i Fishbone e dei Primus prossimi all’esordio, e i Jane’s Addiction in rampa di lancio: nel 1987 esordiscono con un album dal vivo indipendente prima del loro esordio su major l’anno dopo. Una mossa non dissimile da quella fatta dai Guns N’ Roses con l’EP di debutto Live?!*@ Like A Suicide fatto uscire per un’etichetta fittizia quando già il contratto Geffen era cosa fatta. Già, i Guns, ma i cinque teppisti, due dell’Indiana, due di LA, uno di Seattle (!) non fanno parte delle schiere né del rock alternativo che nessuno ancora chiama così, né di quello colto e underground. Loro apparterrebbero alla famigerata genia dell’hair metal, una lunga teoria di gente come Poison, Ratt, Cinderella, Warrant, Skid Row, Bon Jovi, Mötley Crüe, che oggi a nominarla (e soprattutto a vederla e a sentirla) strappa tutt’al più un sorriso accondiscendente – un riso di sottecchi, una crassa risata…. quando va bene!

Rincaro la dose e a scanso di equivoci metto a verbale: mai andati molto a genio i Guns, o almeno i loro pezzi a torto o a ragione più conosciuti; nemmeno all’età in cui tutti abbiamo degli scheletri musicali nell’armadio, e ne abbiamo anche di ben, ben, ben peggiori. Vai a cercare il motivo pure inconscio nella distanza con l’indie rock coevo (che tra parentesi non stavo ancora ascoltando…) o nella differenza di attitudine, ma questo appunto arriva dopo. Sono dissertazioni da critico. Anche ragionando di pancia da ascoltatore la sostanza non cambia. Don’t Cry e November Rain. Troppo già allora e troppo oggi. Una ballad soporifera con il crooning sentimentale più finto mai inciso da un cantante rock – poi lui magari ci credeva ma l’effetto non è quello – e un melodramma kistch che un Phil Spector pure in preda a un mal di pancia da indigestione e una crisi d’astinenza nello stesso momento avrebbe arrangiato in modo meno tronfio… (dai su, in fondo ci sono andato leggero, manco sapevo chi fosse Phil Spector all’epoca). Idiosincrasia pura e personalissima… d’accordo, obiezione accolta vostro onore. Pure, andrebbe contestualizzato il pensiero nel 1992, tempi in cui si era adolescenti, quando la percezione di un disco e quindi di una band senza l’ascolto integrale a disposizione in un giro di computer poteva essere pure fuorviata dalle vedette che passavano alla radio e in tv… con dei video di un kitsch che il kitsch non sarà mai abbastanza kitsch per potergli tenere testa.

A ogni modo della band spavalda, velenosa e urticante a cui bisogna dare senz’altro quello che è suo – quella del disco del 1987, su questo avremo modo di intenderci – qualche anno dopo era rimasta solo quella spavalda, per di più già scoppiata: Rose aveva deciso che dei due LP da cui non si separava mai da ragazzo, Never Mind the Bollocks e Queen II, il secondo doveva averla vinta sul primo (ahi ahi ahi). Voleva essere Freddy Mercury ed Elton John, e non più tanto Mick Jagger, Steven Tyler e Stiv Bators, e che la band fosse a sua immagine – già era implicito insomma lo stillicidio che avrebbe portato a Chinese Democracy, per cui l’attesa di un album farsa è essa stessa un album farsa. I due Use Your Illusion, pur non mancando di momenti anche brillanti, perdono più di qualcosa della compattezza pure varia (ma sempre, appunto, compatta) di Appetite for Destruction. Un po’ perché sabotati già dai dissidi interni, un po’ perché afflitti dalla sindrome da A Night at the Opera meets Exile on Main Street o meglio dal dualismo tra la rock opera di se stesso che forse aveva in mente Axl e il disco di fottuto rock and roll che sarebbe andato più a genio a Slash e al resto della truppa. Dispersivi e discontinui, con il secondo volume che vince piuttosto nettamente ai punti, i due CD si potevano sforbiciare ampiamente per lasciare come cardine i brani migliori (Right Next Door to Hell, Coma, Estranged – un rock barocco che almeno rende plausibile la congerie di November Rain, con un’ombra di Genesis) e magari tenere solo gli originali che fanno il verso alle cover di Live and Let Die e Knockin’ On Heaven’s Door o viceversa. Sarebbe stato un altro album – appunto, uno solo – e un altro giudizio, chi lo sa.

Ma finiamola con le tiritere sulle contrapposizioni estetiche e generazionali (termine tra l’altro odioso) e con la fine ingloriosa; appunto c’è stato un prima con cui bisogna fare i conti. Il momento in cui i Guns sono al top della forma. Una parabola che nel punto più alto somiglia a un’impennata, preparata invero con mosse scaltre fino al momento del boom, che nell’era del videoclip sopra ogni cosa passava quasi obbligatoriamente dalla tv. Di più autoreferenziale di molti testi di Axl Rose ci sono giusto i video dei Guns N’ Roses con Rose come protagonista. Welcome to the Jungle è un piccolo racconto metaforico della loro ascesa: saltato giù davvero da quel bus cinque anni prima, il ragazzaccio dell’Indiana era la potenziale mina vagante della scena. Adesso ha il physique du role, la determinazione e i compari giusti per dare l’ultimo vigoroso colpo di coda del glam rock losangelino, di gran lunga il più potente e ben assestato. E ce la fa. Sembrano a prima vista dei Mötley Crüe giusto un po’ meno laccati, con un po’ di buona tamarraggine rollingstoniana in più e qualche cruda velleità da Sex Pistols della nuova Hollywood. Eppure hanno quel non so che, qualcosa che buca lo schermo, che fuoriesce dalle casse, qualcosa che per strategia, per un regalo del fato o del talento – ma in fondo poco importa, nevermind – suona veramente pericoloso, cattivo e dal fascino discordante e un po’ perverso. Così per due/tre anni sono la rock band numero uno sul pianeta, prima che arrivi un altro outsider di provincia, solo un po’ meno macho – mettiamola giù così… – a rovinare la festa che a dirla tutta già si stavano un po’ rovinando da soli e mettendoci pure tutto l’impegno – per la festa, ma anche per guastarla…

Nel momento migliore però i Guns N Roses sono una macchina rock and roll con il proverbiale tigre nel motore. E se la benzina non gliel’ha data la Esso ma Jack Daniels, negozi di liquori, groupie e spacciatori di LA, tutto nella norma e tutto a(l suo) posto. Gli strumenti ruggiscono quanto la voce piuttosto stride felinamente e quindi Welcome to the Jungle. La canzone che nel frattempo si è guadagnata l’ammirazione di Alice Cooper, uno che di shock e di grandguignol rockettaro se ne intendeva abbastanza, prende prima piano e poi sempre più forte il possesso dell’etere. Nell’intro fa un po’ il verso ai Van Halen, progenitori più vulcanici dei glam-metallari, ma quando entra il riff capiamo l’antifona, cioè chi sono i veri santi numi dei rose, fucili & Co.: gli Aerosmith. Con quel feeling blues-rock grezzo da nipotastri – cioè da figli dei figliastri – degli Stones, insieme a un pizzico di funk e qualche piccolo tic punkettaro, i Guns sfoderano l’armamentario completo del loro ethos tutto settantiano, che parte da Sticky Fingers, passa per i New York Dolls e arriva ai Sex Pistols e ai Dead Boys, anche se a fare la parte del leone è l’hard rocking boogie dei toxic twins Steven Tyler e Joe Perry, aggiornato all’era dello speedmetal e del rock da stadio anni ’80. Con questo bagaglio, correggendo l’hard patinato made in LA con un po’ di feeling punk e una cascata di buon rock vecchia maniera, i cinque, che hanno il motore a pieni giri, sfrecciano a lato di tutta la marmaglia hair metal, la sorpassano alzando il dito medio, poi fanno inversione e in contromano si parano di traverso sul Sunset Boulevard con gli altri che vanno sparati per i fatti loro. Immaginatevi lo schianto: la gran botta, le macchine in fiamme, bombole di lacca, completini in spandex, stivali pitonati, siringhe, bottiglie, bandane e polverine varie sparsi per tutta la strada… Poi Slash si rialza e si spara un assolo sullo sfondo delle colline di Hollywood. Sarebbe la sceneggiatura per il videoclip che non hanno mai fatto e che sarebbe stato senz’altro un (altro) grande successo.

A continuare il primo trittico di 45 giri arriva pure un secondo singolone, inno da stadium rock con tutti i crismi. Paradise City: un cocktail di pomposità, mestiere e populismo roots (ingredienti base i Queen e i Lynyrd Skynyrd ma con un topping fragrante di Led Zeppelin). Non c’è due senza tre (hit), e allora vai con la sviolinata di Sweet Child of Mine, la song sentimentale definitiva per quello che era lo stato delle cose dell’hard rock mainstream anni ’80: con i dischi metal “commerciali” un po’ si pogava e un po’ si doveva anche limonare, il macho che un attimo prima cantava di bitches ecco che ti racconta garrulo il tete a tete con la fidanzatina, e i campioni del deboscio losangelino rimpiangono un Eden perduto in una provincia di chissà dove. Strutturalmente certo è una powerballad migliore di molti altri pezzi melodici di rigore per le glam band californiane, e soprattutto sfodera per mano di Slash la sua arma più seducente, il riff da giro classico camuffato con un effetto che sembra un delay ma non è un delay (un The Edge prestato all’improvviso al southern rock, così, dal nulla), colloso e un po’ ottusetto ma da loop totale, come sanno essere solo i riff azzeccati, da Smoke on the Water in giù.

Meglio l’iceberg però della punta dell’iceberg (che sarebbero i singoli più famosi). Qui c’è la ciccia vera, il grasso che cola, la polpa rockettara sugosa – lo street food che sazia, straunto e con i grassi saturi oltre la soglia della trombosi coronarica, ma su cui tutti una volta nella vita ci avventiamo famelici, e non dite che non è vero. Il boogie stravizioso di It’s So Easy è l’istantanea migliore di questa banda che in un minuto si fa il giro di tutte le sette chiese, da Chuck Berry (intro) ai soliti Stones/Aerosmith, al punk a un mezzo thrash metal, con il leitmotiv di un riffone ignorante di tre accordi che fa very Stooges e pure un’apertura melodica piazzata al momento giusto. Sì, perché se la vulgata su di loro sembra non possa prescindere dal fatto che i cinque al tempo bevono, si bucano o sniffano o fumano e che ne so e scopano come se non ci fosse un domani, non sfugge anche al detrattore o al menefreghista che ci sono idee di songwriting tutt’altro che sceme. Si potranno pure non sopportare gli sproloqui di quella che pare una walk on the wild side del rock and roll un po’ qualunquista (perlomeno Axl ci risparmia le paranoie razziste e omofobiche di One in A Million, che sarà di un paio di anni dopo), ma quando dietro c’è una macchina rock and roll ben oliata – praticamente in ogni pezzo o quasi – il disco viaggia come una locomotiva. A fari spenti, nella notte, come Nightrain, che in quanto a forza motrice è abbastanza in tema con il titolo (in realtà il nome di un vinaccio super low cost e superalcolico che però serve anche da ovvia metafora).

Un accumulo di cliché se si vuole, ma con una recita thrilling che fa a fette le pacchianate dei loro compari e reclama anzi grida a gran voce una sua dignità assoluta. Idem per gli skill come autori. Si adora pur sempre la sacra trimurti riff-ritornello-assolo, e non esiste abiura di questa religione; eppure tra le armonie chitarristiche di Izzy Stradlin, il basso di Duff McKagan, i campanacci sublimemente cafoni di Steven Adler e il solismo blues metallizzato di Slash, che qui i soli li indovina quasi sempre, a guardarlo bene questo hard rock truce e maschio non sarà esattamente intellettuale e progressista nei contenuti, però è molto più progredito nella forma di quanto sembrerebbe a prima vista – o per dirla meglio, è molto più avveduto, sagace e curioso musicalmente e meno corrivo di quanto il pregiudizio vorrebbe. Bridge, code, codette, rave-up – come li chiamavano negli anni ’60 – controriff e accelerazioni varie saranno anche un espediente scenico, ma se servono a movimentare i pezzi, rendendoli ondivaghi e zigzaganti pure dove non ce lo si aspetterebbe, eccome se fanno il loro dovere. I boogie e i rock and roll al vetriolo incattiviti e velocizzati il giusto, per stare con un piede dentro il metal e uno fuori, ti diventano in un attimo folk rock (Thinking ‘Bout You), o la coda se la mordono in una specie di surf impazzito (My Michelle). Sempre che nel metal non ci entrino con due piedi o quasi, al tempo di un gallop à la Motorhead (You’re Crazy), o con la stessa vigoria ostinata ma irrefrenabile ci propinino un duro mid-tempo alla AC/DC (Outta Get Me).

Poi c’è la sgusciante Mr. Brownstone, stile Bo Diddley/Sympathy for the Devil che invero, anche se da furbacchioni, fa la sua porca figura. Per non farsi mancare nulla infine, dopo averci ben ragguagliato su abitudini alcoliche (Nightrain) e stravizi drogolosi (Mr. Brownstone), la ciliegina sulla torta – si fa per dire – poteva essere giusto la pornopsichedelia di Rocket Queen (con i vocalizzi a cura di Rose e dell’allora fidanzata dell’allora batterista Steven Adler impegnati in una session di studio… sì, esattamente quel tipo di session). A onor del vero è l’unico pezzo tirato troppo per le lunghe, fino a diventare estenuante, culmine di un ultimo quarto di disco non proprio trascendentale. Comunque sia, questi tossici beoni depravati incalliti la storia del rock la conoscevano bene o tutti quegli additivi dovevano avere qualcosa di miracoloso (propendo più per la prima ipotesi, i musicisti saranno inclini agli eccessi ma gli eccessi e gli stravizi non rendono musicisti, almeno non da soli).

Tornando a bomba e detto che il momento dei Guns N’ Roses è stato una dissolvenza di qualche anno tra il dominio dell’hair metal e l’interregno del grunge, bisognerebbe capire perché l’altro rock dell’epoca ha fatto svoltare chi scrive e non il gruppo di Axl Rose. Ma in fondo non importa. Era hard rock misto a punk pure quello? Sì, un altro hard rock e un altro punk, anche se alla fine della fiera parliamo pur sempre di chitarre dure e (im)pure e attitudine da thrash rock and roll – o da (white) trash rock and roll, decidete voi. Molto sta nell’etica post-punk, e ci potremmo ragionare per libri interi con i pro e i contro del caso. Verrà pure fuori che alla fine hanno vinto loro, i giovani d’oggi conoscono i Guns (quelli dello spot della TIM di qualche tempo fa…) e non i Nirvana, o tempora o mores… (o appunto ci hanno preso tutto, pure il diritto di lamentarci nei film di culto). Intanto non era la prima volta che un’epoca del rock dai connotati forti trovava la sua nemesi nella successiva. Per il prog fu il punk, per l’hair metal degli anni ‘80 è stato il boom dell’alternative vero o presunto e del grunge – poi ci sono stati quelli schiacciati in mezzo, tipo i sottovalutati Warrior Soul, ma anche quella è un’altra storia. I Randy “Ram” Robinson (e pure i Chuck Klosterman) che se la prendono con Cobain dovrebbero più che altro prendersela con i loro beniamini, che nel gigantismo e nei vizi da star hanno finito per implodere. Questo faceva un po’ torto alle premesse di Appetite for Destruction, nato probabilmente per essere un disco di puro rock senza tanti fronzoli, di quelli capaci di stuzzicare, a modo e a ragione, un po’ tutte le voglie più o meno lecite, più o meno trasgressive, più o meno rispettabili, di quelli che… d’accordo, it’s only (sex and drugs and) rock and roll but we like it.

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