Recensioni

C’è un aspetto profondamente straniante della docu-serie Wanna, che Alessandro Garramone ha confezionato per Netflix con l’aiuto di Davide Bandiera e la regia di Nicola Prosatore, ovvero il doppio binario sul quale avanza la narrazione degli eventi ricostruendo e inquadrando uno spaccato di società, quella degli anni Ottanta e Novanta e del boom delle televisioni private con il loro giro d’affari incentrato prevalentemente sulle televendite.

C’è il binario della ricostruzione investigativa con cui viene condotta l’analisi di ciò che è noto a tutti, poiché il risalto mediatico avuto dalla vicenda di Wanna Marchi e Stefania Nobile (e di Mario Do Nascimento, che qui vediamo per la prima volta dopo anni di latitanza) ha catalizzato l’attenzione del pubblico (televisivo ovviamente) per anni (e i dati di ascolto raccolti da Striscia la Notizia in quel periodo sono lì a testimoniarlo). C’è poi un secondo binario, più ambiguo, più sottilmente affascinante e allo stesso tempo respingente: quello del racconto in prima persona delle due protagoniste. C’è Wanna, che dal momento in cui ha raggiunto il successo smisurato, fama e soldi che le hanno consentito di adottare uno stile di vita fatto di lussi e vizi da soddisfare, non ha mai smesso di vendere e vendersi a sua volta (coinvolgendo dal primo momento in cui ha potuto la figlia Stefania). Non c’è un solo secondo di quelli in cui le vediamo in scena durante le riprese della docu-serie in cui crediamo a una sola parola di quanto ci viene raccontato da entrambe.

Garramone confeziona un prodotto molto abile nella sua ricostruzione dell’estetica del periodo, coinvolgendo anche altri nomi che ci accompagnavano nelle giornate scandite appunto dalle miriadi di televendite che si sfidavano l’un l’altra: c’è il mitico Roberto da Crema, detto il Baffo, c’è Valter Carbone, c’è Joe Denti. Siamo in uno scenario alla Twin Peaks, in cui nel mondo di allora, dominato dalle televisioni di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, si apriva una porta in grado di condurci attraverso un sottobosco oscuro e stratificato (il mondo spietato delle televendite) che aveva finalmente trovato la sua regina indiscussa, per di più quasi per caso.

Sulla scia di prodotti affini come SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, nel corso di quattro puntate ben scritte e condotte, Wanna fornisce non solo un excursus sulla persona ma anche un palcoscenico per il giullaresco personaggio televisivo, che non è mai scomparso, nemmeno dopo gli anni di carcere inflitti dalla giustizia italiana. Un personaggio senza scrupoli, disposto a tutto per rimanere in auge, svuotato di qualsiasi empatia verso gli altri (persino verso la figlia, che non ha esitato a trascinare con sé all’interno dell’incubo). Ironico è anche il modo in cui avviene la caduta di Wanna Marchi: distrutta da quella stessa televisione che l’ha resa ciò che è (da una trasmissione, Striscia la Notizia, che non costituisce esattamente l’esempio migliore di onestà investigativa e giornalistica).

Così, scontati quei nove anni e sei mesi per bancarotta fraudolenta, truffa aggravata e associazione a delinquere (le due sono tornate in libertà già dal 2013, tentando nuovamente la via televisiva, per poi ripiegare su quella della ristorazione e, infine, dei social) Wanna Marchi e Stefania Nobile si rimettono davanti alla macchina da presa per fare quello che sanno fare meglio: vendersi e vendere un’immagine di loro stesse che nel mondo della finzione è e sarà sempre tutto ciò che conta.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette