Recensioni

7.5

Archeologia e culto juke e footwork a parte, non era affatto scontato all’altezza del Legacy di RP Boo di quest’anno che l’ondivago genere per veloci tagli vocali e sincopi pulsanti potesse allargare il suo pubblico o godere di nuovi riflettori. Certo, gli alfieri di Chicago avevano dato segnali di evoluzione, contaminazione e anche adattamento (vedi il Tekilfe vol.1), eppure questa musica, in mano ai locals, era sempre rimasta per i non addetti ai lavori un mondo sonico più da rispettare che amare. La naturale conseguenza di un sound dalla forte apparetenenza cittadina, figlio di una cultura e di funzionalità legate alle competizioni del ballo da strada.

D’altro canto, non si può negare quanto l’orecchio degli avventori sia cambiato nell’ultimo triennio e quanto il pubblico elettronico abbia familiarizzato direttamente e indirettamente con queste produzioni. Dalle compile Bangs & works Vol.1 e Vol.2 su Planet Mu del talent scout d’eccezione Mike Paradinas, alle susseguenti ricezioni della comunità dj internazionle (Machinedrum altezza Room(s), Addison Groove di Transistor Rhythm) e alle recenti metabolizzazioni di Mark Pritchard e Kode9 (Rinse22), è innegabile che, al di qua come al di là dell’Atlantico, l’ascolto odierno della footwork abbia trovato le sue naturalezze tra le lallazioni vocali e i bassi codici morse, più di quanto non si potesse immaginare fino a qualche mese fa.

Andando a risascoltarsi lo scounting del boss di Planet Mu nel 2010, ripescando le produzioni a cavallo decade di Dj Rashad, l’effetto non è più quello schiaffo in faccia di allora, semmai una stretta che formicola le mani. E non dimentichiamo che c’è stato un momento in cui il suono di Chicago doveva essere la nuova dubstep e i tagli r’n’b che ritroviamo qui in Double Cup non erano proprio il punto d’approdo che le pubblico s’aspettava, così come i bpm sostenuti di chi aveva sempre avuto molto più in comune con la jungle, piuttosto che con i 140 bpm delle storiche produzioni DMZ.

Rashad, già da un po’, sa quanto la sua shit non sia così distante da quella di certi beat maker britannici in cassa rullante dei 90s, così come sa altrettanto bene quanto il suo album firmato Hyperdub e inciso in parte a Londra – con l’aiuto del compagno di merende di sempre Dj Spinn, una piccola internazionale di chicagoani e un cameo del bristoliano Addison Groove – rappresenti un nuovo approdo per ciò che juke e footwork possono offrire ai fruitori di ritmi USA come europei: un hip hop mutante e mutato, tagliato su spezie chilling inizio 90s, dal retrogusto vintage House a prezzemolo, ideale per una marmellata di sforbiciate funky e soul condite di trillate occasionali di 808 (leggi Trap).

Nel disco, le maglie s’allentano e la parola chiave risulta essere la maggiore fruibilità ma non mancano le staffilate (I Don’t Give A Fuck tratta dall’omonimo ep del 2013) e un senso di coerenza che tiene aggrappata una forbice piuttosto larga di influenze comprendente anche l’acid di Phuture e un poco di Detroit. Ritroviamo casse dritte e la lost club music nella traccia omonima dell’album come in Acid Bit, produzioni che sembrano stringere mani a quegli inglesi che hanno costruito le proprie carriere sui suoni chicagoani. Carriere che Harden omaggia asciugando Double Cup al sole di un’Inghilterra tutta protesa all’HH americano e in pieno entusiasmo junglista. Ed è qui la balistica che conta di un producer che, a ben vedere, è sempre stato una delle anime più progressive del suo giro (basti pensare alle esplorazioni darkside techno o house versante daftpunkista nell’esordio Jukeworkz, del 2009; ascolto consigliato).

Bellerino e poi dj, in una gerarchia di valori tutta ghettocentrica (prima viene il ballo, poi fare il dj, poi produrre propria musica taggandosi la voce nel mix), da sempre Rashad Harden ama le sfide e sfidarsi. A ben vedere, da tantissimi anni quel che gli riesce meglio è proprio il gioco di sponda.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette