Recensioni

Da qualche parte tempo fa avevamo detto che il footwork avrebbe potuto essere un po’ un nuovo dubstep; nel senso che a un certo punto molti produttori non-nativi hanno cominciato a trafficarci, a sintonizzarsi su quelle frequenze, dandone la propria versione/stilizzazione arty (fino al nostro Digi G’Alessio con l’EP Lucky Beard), sdoganando quella che originariamente era una sottocultura urban e black (la juke di Chicago), aprendo a sue possibili future declinazioni/adulterazioni catchy/normalizzate (qualora in contesti mainstream si giochi sul fascino ancora esotico di questi modi timbrico-ritmici).
Siamo probabilmente ancora a una prima fase di questo possibile – ripetiamo, possibile – processo (con l’aggravante del sorpasso a destra da parte del trap come ritmo Zeitgeist); lo dimostra quello che sta combinando Kode9 sul suo versante più modernista e meno hauntologico, con un singolo-legnata tutto inzuppato di footwork (Xingfu Lu) e con l’accasamento fortemente voluto presso la sua Hyperdub – che occhio, è tanto Burial, quanto è Terror Danjah – di uno dei prime mover della scena,DJ Rashad, uno capace di pestare sul danzereccio spinto, di pigiare il pedale soul, oppure di profondersi in pezzi realmente cerebrali e sperimentali come l’industrial ottusa e malatissima di Reverb, che qualcuno – giusto per (non)capirci – ha descritto come una versione bass music di John Cage.
Rashad, carriera underground alle spalle e ovviamente già spottato dalla Planet Mu di Paradinas (che per primo ha messo le mani sul genere fuori dal ghetto dopo averlo scoperto cazzeggiando sul Tubo, e che adesso dichiaraquanto sia importante e significativo, oltre che inevitabile per certi versi, il gesto di Kode9), esordisce su HD con un doppio 12 pollici che mostra lo stato dell’arte della classicità delle sue produzioni. Dove il linguaggio footwork è esposto mirabilmente: cut di cantati house/soul pitchati e coriandolizzati, a doppiare una ritmica breakata a cubetti – retrogusti jungle anni Novanta – che quando (e cioè molto spesso) arriva al parossismo sa proprio di martello pneumatico. Il tutto sul filo del ballabile/non-ballabile e con un taglio ostentatamente artiginale, proprio nell’assemblaggio delle varie voci sonore.
I quattro pezzi sono tutti ottimi. Ma non si può non sottolineare che Let It Go comincia con una machine gun micidiale; come del resto la programmatica Drums Please (a quattro mani con DJ Manny), una roba che la senti e dici ma questo è math-rock e che infatti si assesta poi su cattiverie Big Black ad aria compressa, ma intrecciando rullate e rullanti con sognanti linee di synth e synthini swkeee-like; o che i cantati della conclusiva Broken Heart (con DJ Spinn) trasudano una soulfulness teatrale che ha del neomelodico.
Il ferro non è più così caldo da doverlo battere a tutti i costi, e forse è anche meglio così; noi, per godere più di questi venti minuti scarsi, aspettiamo comunque un Da Mind of Rashad.
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