Recensioni

Guardatelo l’Elia Billoni interprete di Dino Fumaretto: su quel palco sembra un direttore d’orchestra – o magari un Modugno un po’ meno piacione – quando verso la fine dei brani tiene le braccia sollevate e aperte per chiudere il pezzo, come se la musica obbedisse ai suoi capricci. Dev’essere parecchio soddisfatto di come la band ha arrangiato live i brani dell’ultimo, ottimo album Coma (ma non solo quelli) e della loro resa finale, e ne ha ben donde: quello che abbiamo visto al Locomotiv di Bologna, al netto di qualche piccola imprecisione del tutto comprensibile nella prima data del tour, ha ben poco a che vedere con il Fumaretto “cabarettista del tragicomico”, autarchico e affezionato alla sua versione piano e voce. Anche se poi una parentesi solista, alla fine, il Nostro se l’è davvero ritagliata all’interno del concerto, quasi a imitare i live di Dylan del 1965, con il set diviso tra versione “elettrica” con tutta la band e versione “acustica” in solo (nel nostro caso, col pianoforte al posto della chitarra).
La bella notizia, oltre al fatto squisitamente musicale relativo al concerto in oggetto che potremmo sintetizzare nei termini ben poco ortodossi di “una discreta botta nei denti” (soprattutto per chi era abituato ai live da solista del musicista), è il pregevole lavoro di squadra di cui siamo stati testimoni teso ad esaltare l’immaginario fumarettiano più sognante e sopra le righe, nonostante le personalità forti chiamate a collaborare: non è stato, per dire, solo il concerto di Iosonouncane, anche se buona parte del merito per certi arricchimenti e certe mappature sonore va proprio alle sue macchine, come non è stato il concerto di Francesca Baccolini (Hobocombo) e Simone Cavina (Junkfood), pur rappresentando entrambi una virtuosa e fondamentale architrave ritmica suddivisa tra basso e batteria, e nemmeno quello di un Rocco Marchi (Mariposa, Hobocombo) concentrato sui synth e sulla chitarra. È stato invece il concerto della “Dino Fumaretto Band” (concedetecelo…) e di canzoni che in questa veste guadagnano vitalità e consistenza: a memoria citiamo tra le più riuscite una tiratissima Innocuo sogno di rivolta che ha aperto il live, una Nel sonno profondo affascinante con la sua psichedelia sognante e vagamente gospel (un brano che personalmente riteniamo tra le cose migliori mai scritte dal musicista), una Buchi in città recuperata dall’autoproduzione del 2006 Buchi, una Sono invecchiato di colpo che, chiamata a chiudere il concerto e resa più steroidea dal nuovo arrangiamento, ha lasciato letteralmente senza parole per intensità e potenza di fuoco, una Bicchiere inquietante e nickcaveiana, ma anche Bicchiere rotto, Sopra la mia testa, Fiori di cantina, Storia Epica e molte altre.
View this post on InstagramA post shared by Matteo Lion (@metiulaion) on Mar 7, 2019 at 3:18pm PST
L’unico elemento da perfezionare in vista delle prossime date – per ora ne sono previste sette con questa formazione, le trovate tutte nella nostra scheda artista dedicata – è forse il cantato, a tratti adattissimo a certe sfuriate Birthday Party della band o all’ormai ben riconoscibile surrealismo fumarettiano, talvolta non abbastanza sicuro di sé per reggere l’intensità di qualche passaggio. «Da un grande potere derivano grandi responsabilità», recitava un vecchio adagio da aracnidi umanoidi, e Billoni ha tutte le capacità (e la voce, e il timbro) per sostenere adeguatamente una macchina da guerra come questa, capace di seguirlo in ogni suo delirio. E voi non lasciatevelo scappare. Foto credit: Matteo Lion.
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