Recensioni

«Non è che siamo persone depresse, è la vita a essere tutt’altro che rosea». Dissero più o meno così i Depeche Mode quando presentarono al mondo Exciter, il loro decimo album in studio, dato alle stampe il 14 maggio 2001. Già, la vita. E di converso la morte. Chi più di loro aveva titolo a parlarne senza correre il rischio di sembrare scontato. Nel 1993 il frontman Dave Gahan ebbe un infarto per overdose da eroina, poi nel 1995 giunse di nuovo a un passo dall’abisso tentando di suicidarsi, e l’anno successivo nell’abisso ci finì davvero per circa tre minuti – tanto durò la sua morte clinica dovuta a un’overdose da speedball – prima di venire miracolosamente ripreso per i capelli. Anche il compianto tastierista Andy Fletcher aveva conosciuto il buio dell’anima essendo caduto in depressione e avendo avuto più esaurimenti nervosi durante gli anni di Violator e Songs Of Faith And Devotion, periodo in cui anche il polistrumentista e principale compositore Martin Gore ebbe seri problemi legati all’abuso di alcol.
Memori di quei dilaniamenti interiori – che ebbero ovvi riverberi anche in seno al gruppo – i DM diedero vita a un altro lavoro pregno di oscurità, spiritualità e silenziosa, dimessa e profonda disperazione; l’ultimo album davvero intriso di quella poetica notturna, inquietante e disturbata, ma anche romantica e sognante, che aveva caratterizzato il lento e progressivo incupimento compositivo della band dopo un incipit di carriera che aveva fatto presagire sviluppi più sorridenti (ma il germe delle tenebre si celava comunque anche nelle pieghe degli episodi più solari dei primissimi dischi). Intento chiaro fin da quella straniante e desolata nenia elettro-blues rappresentata da Dream On, a rinverdire la tradizione dei singoli di lancio (e non solo) della formazione di Basildon che, in apparente contrasto con le più elementari regole del music business, voleva come estratti di presentazione assaggi tutt’altro che radio-catchy (laddove la scelta di Precious, il lead single del successivo album Playing The Angel, sarebbe stata frutto di ben altri calcoli).
Ma Exciter – titolo e copertina botanico/floreale che rievocavano inevitabilmente i fasti del suddetto Violator sperando forse di ripeterne le fortune – fu anche il primo album con lo schieramento a tre della formazione oramai stabilizzato, dopo l’abbandono di Alan Wilder consumatosi all’indomani del Devotional Tour (benché la lineup “trina” fosse già stata sperimentata a inizio anni ’80, immediatamente dopo la dipartita di Vince Clark e prima dell’arrivo dello stesso Wilder, nella seconda prova in studio A Broken Frame). L’ottimo Ultra, pubblicato nell’aprile 1997, era stato il primo saggio del nuovo(/vecchio) assetto ma all’epoca il futuro era un’incognita, e soprattutto quell’album non fu seguito da alcun tour promozionale a testare l’effettiva tenuta della ritrovata comunione d’intenti (anche se poi il breve The Singles Tour 1998 – poco più di tre mesi di durata: niente in confronto al mastodontico Devotional – aveva dato riscontri più che incoraggianti).
La rinascita fu definitivamente confermata da Exciter appunto, un lavoro azzeccato, seppur comprensibilmente non ai livelli dei suddetti masterpiece dei primi Novanta, ma anche dello stesso Ultra; però un disco onestissimo, quasi un miracolo (l’ennesimo) per una band ancora convalescente, per certi versi, e che veniva dal lungo periodo di blocco creativo in cui era incappato Gore il quale, una volta superate le difficoltà, procedette filato nella stesura di tredici brani tra cui era inevitabile finisse pure qualche riempitivo. La differenza più evidente rispetto al recente passato era l’abbondanza di ballate, da un lato sottese dal tappeto sonoro elettronico allestito da Mark Bell (membro degli L.F.O., a lungo collaboratore di Björk e morto nel 2014, a 43 anni, a causa di complicanze in seguito a un’operazione), dall’altro rievocanti i fumi delle pop song degli anni ’50 e ’60, passione storica del riccioluto main composer che sarebbe stata eviscerata anche nel (bel) secondo capitolo del suo progetto solista, Counterfeit, pubblicato nel 2003. Il tutto, declinato in chiave depechemodiana fino al midollo, dalla languida e malinconica Shine a quella robotica e sferragliante marcia infernale che era The Dead Of Night, alle arie assolate e southern di Freelove, a ribadire la dicotomia marchio di fabbrica dell’ensemble: quella tra il calore umano e la freddezza delle macchine racchiusa nello slogan programmatico Delta Machine che parecchi anni dopo sarebbe diventato il titolo di un’altra fatica lunga.
Stranamente, però, nessun brano si sarebbe imposto come caposaldo dei futuri concerti della band: fatto salvo il tour di cui erano la ratio, quasi tutte le canzoni di Exciter sarebbero sparite dalle successive scalette, al netto di episodici recuperi. Valse per i pezzi detti finora ma anche per Comatose e Breathe, in assoluto due dei passaggi migliori tra quelli cantati direttamente da Gore; per I Feel Loved, sorprendente escursione danceflooristica in odore addirittura della Madonna di Vogue; e anche per quella I Am You la cui strofa suadente e falsamente rassicurante sfociava in un ritornello mefistotelico sulla scia dei passaggi più oscuri di un marchio già di per sé quasi mai distintosi in fatto di leggerezza.
Ma come in ogni opera imperfetta che si rispetti c’erano – vivaddio! – anche passaggi parzialmente a vuoto come la piatta The Sweetest Condition (anche qui il titolo rievocava la ben più memorabile The Sweetest Perfection, dal solito Violator) o When The Body Speaks, che muovendo da premesse messianico/boreali nonché da promesse di epiche evoluzioni à la U2 restava nel limbo del non detto, riducendosi sostazialmente a un pugno di mosche. Del resto è il destino di ogni album controverso, quello di prestare il fianco alle critiche. Ai DM non importava di nascondersi e forse con Exciter per l’ultima volta seppero donarsi appieno mostrando pure i loro punti deboli. Una disarmante presa d’atto della propria insignificanza al cospetto dell’infinito che si concludeva con una preghiera sussurrata, una paradisiaca sinfonia serale di grilli meccanici telecomandati, e cioè quel morbidissimo gospel elettronico che era Goodnight Lovers, alito di esistenza a squarciare le nubi e aprire una feritoia sul domani profondendo speranza. Perché la vita non sarà rosea ma è quanto di più bello e sorpredente ci sia dato di conoscere. Per adesso.
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