Recensioni

Al crepuscolo degli anni Ottanta il bivio era evidente: sia il fenomeno synth pop che la carriera dei Depeche Mode sembravano giunti al rispettivo apice. In particolare i secondi erano reduci dal loro massimo successo di pubblico – anche se il rapporto con la critica restava ambivalente nella migliore delle letture – con 101, elegia della straordinaria carica live del gruppo immortalata nel mostruoso (per numeri e per risultati) live del Rose Bowl di Pasadena. Il disco in oggetto era quel Music for the Masses che confermava e rinvigoriva la svolta dark del quartetto inglese dopo le colonne d’Ercole rappresentate da Black Celebration. Synth pop è vero, ma a modo loro: chitarre sempre presenti e bassi scavati nella roccia, video in b&n girati da Anton Corbjin (futuro regista anche di Control, dedicato a Ian Curtis), aura da poètes maudits, e impulsi più danzerecci sempre più sullo sfondo. Nonostante la copertina di Violator non fosse tutto rose e fiori: dai sempre più accesi contrasti tra i membri del gruppo alla crescente e ormai preoccupante tossicodipendenza di Dave Gahan, l’album destinato ad essere il successore dei bagni di folla di 101 ebbe una gestazione abbastanza travagliata.
Per la composizione del disco il gruppo rivoluzionò radicalmente la sua routine in studio: prima un brainstorming collettivo, in cui mettere sul piatto le idee a disposizione; poi, il tutto veniva rielaborato e pasturato senza la partecipazione di Gore e Fletcher, che si riaggiungevano al resto della band solo in un secondo momento per completare il pezzo. Capitava così che spesso le canzoni arrivassero in studio in una forma e ne uscissero completamente stravolte, come nel caso di Enjoy the Silence (ci torneremo). Anche il contributo di Mark Ellis, soprannominato Flood per la sua proverbiale maldestria (pare rovesciasse ogni tè che gli capitasse a tiro), porta una ventata di novità: New Order, Nick Cave, gli U2 di Joshua Tree, e una miriade di altri gruppi inglesi new wave sono i punti forti di un curriculum produttivo che dopo questa collaborazione con i DM prenderà ulteriormente quota.
New York, Londra, Gjerlev (un piccolo paesino in Danimarca) per il mixaggio finale, ma anche Milano tra i luoghi in cui Violator prende progressivamente forma. Anche se pare – dalle parole di Flood – che in Lombardia la band non sia stata esattamente proficua, limitandosi a registrare Personal Jesus (beh insomma, non che sia poco). L’altro particolarissimo metodo compositivo brevettato per l’occasione è, infatti, quel «work hard party hard» adottato stabilmente come linea guida dal gruppo, che non perde un’occasione di vita mondana in cui lasciarsi andare a dissolutezze varie. «Violator ha rappresentato l’apice del divertimento. Il periodo in cui noi quattro ci siamo divertiti di più» riporta Martin Gore a Rolling Stone; «Non ho idea di come siamo riusciti a completarlo, eravamo fuori quasi tutte le notti» è un attestato di etica lavorativa non proprio irreprensibile, ma a posteriori possiamo dire che evidentemente era proprio quello di cui i Depeche Mode avessero bisogno a quel tempo.
Nonostante quello che potessero pensare al tempo i gestori dei locali milanesi tanto frequentati dai quattro, la sensazione era che qualcosa bollisse in pentola: e, infatti, sei mesi prima dell’effettiva pubblicazione di Violator, fece la sua comparsa nei palinsesti radiofonici di tutto il mondo un singolo capace di entrare per sempre nella storia della musica; Personal Jesus era la ricetta perfetta: un ossessivo giro blues di chitarra elettrica innestato su un’orgia tribal-funk, con Dave Gahan sensualissimo Elvis-zombie e declamare un mantra di terrena spiritualità scavata dalla solitudine. Sulfurea e anthemica, coverizzata praticamente da chiunque, praticamente il prodotto pop perfetto. Nel febbraio del Novanta, la dose è rincarata con il secondo singolo Enjoy the Silence: quella che era un’intima ballata di crooning senza tempo nella demo di Martin Gore (ancora rintracciabile su YouTube), a base di soli synth e voce, viene completamente stravolta dalla produzione di Alan Wilder e Flood. La canzone diventa così un inno di dance riflessiva, eterea e quasi ultraterrena, tra un malinconico riff di chitarra e sintetici cori angelici, un’apertura melodica clamorosa e un mood da estasi mistica per club.
Con due singoli di tale calibro era facile che il resto della scaletta ne finisse fagocitato. E invece… Violator (il «profanatore», non nel senso di stupratore di corpi, ma di rivelatore delle emozioni più intime e recondite), è un disco di sintesi in ogni possibile declinazione del termine. È sintetico perché sfoggia una tracklist quantomai coesa ed equilibrata (nove pezzi), ma variegata e capiente. E soprattutto è sintetico perché arriva a uno straordinario punto di sincretismo senza mai rendere visibili le suture tra le sue varie anime perché – questa è la sensazione – probabilmente non ce ne sono proprio. Qui dentro c’è il morente (mutante?) synth pop, le asperità “sintetutoniche” dei numi tutelari Kraftwerk, un po’ di dandismo deakadent à la Japan, le tenebre dei Cure e dei Joy Division, qualche spigolo di techno e un po’ di dance targata New Order, uno spettrale rockabilly in via di decomposizione e alcune ombre vagamente kosmische al profumo di Tangerine Dream.
C’è Detroit e c’è Berlino, c’è l’Inghilterra e c’è il delta del Mississippi. Le chitarre blues si fondono con le casse dritte e i synth ariosi della disco, l’ambient sposa sbarattolamenti più house e linee vocali notturne e sognanti, il tutto senza soluzione di continuità e al servizio di un songwriting capace di confezionare una manciata di hit inattaccabili. Si va dalle gelide tastiere tagliate al laser su un tappeto robotico di World in My Eyes al crescendo di Sweetest Perfection: una marcia funebre di passioni e tentazioni, che parte dall’ossuto binomio di rullante e basso cavernoso e si costruisce affastellando lamiere e dissonanze fino ad aprirsi su inaspettate oasi di archi (e occhio al testo morboso, col binomio malattia-droga di «infection/injection»); infine, la deflagrazione in un’increspatura cacofonica dopo che le voci di Gahan e Gore si sono fuse in un tripudio di echi e cori. Halo riprende i synth appuntiti di World in My Eyes ma li arricchisce di uno spesso mantello di archi in cui avvolgersi, Waiting for the Night è una morbida ballad di pulsazioni ambient (viene in mente Jarre), Policy of Truth un’altra killer-hit di electro-blues (praticamente l’antesignana della John the Revelator che sarà), Blue Dress l’abitudinario episodio di dolcezza con protagonista la voce di Gore.
Con Violator, il disco che avrebbe dovuto mantenerli sulla cresta del successo, i Depeche Mode aumenteranno a dismisura il proprio consenso (resterà l’album più venduto della band), entrando finalmente nelle grazie della critica e garantendosi altre due decadi – almeno – di successi. Dépeche insomma (“passeggero”), ma non troppo.
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