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Black Celebration, ovvero il primo vero e proprio turning-point nel percorso dei Depeche Mode. Non ancora divinità ctonia mangia-classifiche, ma già capolavoro e, soprattutto, definitiva svolta dark tanto nei suoni quanto nelle parole. Certo, la cosa era già partita con il precedente Some Great Reward, dove avevano fatto capolino clangori industriali e narrazioni di dissolutezze varie nelle notti berlinesi tra alcol, droghe varie e umori fetish. Ora la situazione si esaspera ulteriormente, sia a livello personale che, transitivamente, musicale.

Siamo nel 1985: il gruppo, reduce dal Some Great Reward Tour, sembra non voler proprio staccare il piede dall’acceleratore. Gahan e compagni tornano a chiudersi in studio per ben 16 settimane di fila senza praticamente mai uscirne, completamente immersi nella creazione di un quinto album che sarà un seguito non solo degno di SGR, ma addirittura epocale. Eppure la gestazione di Black Celebration sarà, prima tra tante, difficilissima e contrastata: scazzi, litigi, ripensamenti, divergenze in merito alla direzione artistica da intraprendere, un Martin Gore sempre più attaccato alla bottiglia; insomma, le condizioni per lavorare non sono delle più idilliache, ma come appunto ricapiterà spesso proprio da questi conflitti interni il gruppo sembra trarre l’energia – non necessariamente positiva, anzi – necessaria per rendere al meglio. Capolavoro nonostante i contrasti quindi, o forse capolavoro GRAZIE ad essi.

Come il titolo suggerisce, le tinte del disco si scuriscono ulteriormente rispetto al predecessore; ancora una volta si prediligono i sintetizzatori analogici, ma il suono appare meno scarno di Some Great Reward, più avvolgente e sensuale. Lasciamo da parte travisamenti filo-satanici. La celebrazione della titletrack (unica volta in carriera in cui un disco dei DM prende il titolo da un loro pezzo) è da intendersi proprio come festeggiamento, e non come Messa diabolica: il black è assenza di colore più che oscurità, e non c’è traccia di fascinazioni esoteriche. Quello che Gore, ancora una volta autore di tutti i testi, ha in mente è il momento post-giornata lavorativa in cui i lavoratori della società occidentale si ritrovano al pub per bere e festeggiare. Il problema è paradossalmente proprio l’assenza di qualsiasi cosa da celebrare, stretti nel grigiume di una monotona quotidianità imposta dal sistema capitalista. Del resto è un periodo in cui Gore legge e si fa influenzare dal pensiero di tanti esistenzialisti: Schopenhauer, Sartre, Camus. La spinta alla vita è soprattutto (se non solo) paura della morte, il piacere è l’assenza di dolore, e nel sollievo del dopo-lavoro non c’è nulla di gioioso.

Allo stesso modo Fly on the Windscreen calca la mano sulla caducità della vita, su quel «death is everywhere» che non dovrebbe mai farci abbassare la guardia. Siamo solo «lambs for the slughter / waiting to die», e in ogni istante potremmo finire spiaccicati come mosche sul parabrezza. Proprio nel 1986 esce nei cinema La Mosca di Cronenberg e, piuttosto che alle fascinazioni sataniche dei Black Sabbath, le atmosfere di tanti brani di questo disco sembrano guardare proprio al mondo di insetti, auto, morte e grigiume del regista canadese. Il Pasto Nudo, certo, ma soprattutto Crash: e a proposito del romanzo di partenza, vale la pena sottolineare quanto l’opera di Ballard sia stata fondamentale con le sue distopie tecnoidi a forgiare tutto l’immaginario dietro alle tentazioni più oscure di questi anni (vedi anche alla voce Joy Division). Quasi una dark side dell’ottimistica Autobahn tutta pratelli, sole e macchinine felici tracciata dai Kraftwerk. Inoltre, tornando al disco, quattro anni prima (1982) usciva Pornography dei Cure, che a sua volta tra le varie «it doesn’r matter if we all die» e «you mean nothing» ha ispirato potentemente Black Celebration.

Eppure c’è spazio anche per momenti di grande tenerezza, spesso firmati anche vocalmente in prima persona da Gore: la pascoliana e uterina dolcezza della ballata A Question of Lust (che rende evidente lo scarto con l’ingenuità delle sue prime e ancora acerbe scritture), il breve ma intensissimo intermezzo pianistico di Sometimes, l’intimità domestica di Here Is the House. Altre volte è una incalzante sensazione di urgenza a comparire, come nell’ansiogeno procedere di It Doesn’t Matter Two o negli spettri di rock & roll sintetico di A Question of Time («I’ve got to get to you first / Before they do / It’s just a question of time / Before they lay their hands on you / And make you just like the rest»). Con Stripped invece arriva il primo di quei singoli grandiosi che tanto faranno la fortuna del gruppo nei dischi a seguire. Anche se la performance commerciale non è particolarmente esaltante (quindicesimo posto in classifica UK), il brano diventa immediatamente tra i più iconici della band. È l’esaltazione di una carnalità cruda e quasi disperata («Let me see you stripped / down to the bone»), che inizia con uno scampanellio di chitarra acustica e omaggia ancora i Cure (quell’«into the trees» che echeggia Forest), David Bowie just for one day» l’abbiamo già sentita da qualche parte) e Fritz Lang Metropolis»), che inneggia al vizio come espressione più limpida e sincera di una vita che altrimenti sarebbe solo grigiore e anestesia.  

L’unico episodio di critica “sociale” è proprio quella conclusiva New Dress di cui già accennavamo: «Sex jibe husband murders wife / Bomb blast victim fights for life / Girl Thirteen attacked with knife / Princess Di is wearing a new dress», ovvero le brutture e le violenze del mondo riportate accanto ad un’apparentemente innocua futilità come il nuovo vestito di Lady D: un accostamento che depotenzia il Male del mondo e lo riduce a sottofondo intercambiabile con il gossip, che ci rende insensibili a quanto di orribile accade attorno a noi. Siamo nel 1986, ma oltre trent’anni più tardi la situazione non sarà migliorata di molto, anzi.

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