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Il comunicato stampa che accompagna il nuovo disco dei Deep Purple è arrivato umidiccio, tanta è l’eccitazione: non si capacitano di come abbiano fatto i terribili vecchietti a registrare & mettere in vendita un altro disco a soli quindici mesi dal precedente Whoosh!, che si dice avere bruciato una quintalata di copie. Davvero, come hanno fatto? Qual è la loro dieta, il farmaco, la sostanza lecita o no della quale fanno abuso, il tipo di attività fisica cui si dedicano per fornire tale tipo di performance? Beh, non è che incidere un disco sia come partire da Roma a piedi, le legioni di Cesare mettiamo, e andare a conquistare la Gallia affrontando una infinita serie di sanguinose scaramucce o battaglie bell’e buone con un popolo rognoso e indomito come i primordiali francesi di allora.

Nel corso della Rock Era fior di band hanno inciso 2 dischi nell’arco di un anno, e si è trattato pure di fior di dischi. Il segreto della presunta rapidità dei Purple si spiega più facilmente di quanto facciano pensare i punti esclamativi degli addetti stampa: appena pestato il disco di Zucchero, poco più in là ne trovo un altro della stessa forma e consistenza. Con tutto quello che di bello ci hanno offerto nel passato, un passato remoto invero, tanto come musica quanto come collettivo di musicisti brillanti (al di là dei presenti, basta ricordare l’impareggiabile Ritchie Blackmore, l’insostituibile Jon Lord, o David Coverdale) e sfortunati (Tommy Bolin, scomparso prematuramente), i Purple li abbiamo amati al punto da perdonare loro tanti passi malfermi. Ma Turning To Crime, la raccolta di cover che non ti aspetti, è davvero troppo. Quello che pensi, è che in un mondo che funzioni a dovere devono essere le giovani leve, casomai, a provare a spiccare il volo cimentandosi con il repertorio di un totem come i Purple: hai appena messo le piume e il becco fuori dal nido e provi a fare il verso dell’aquila, giusto. Ma la vecchia aquila che ha volato per il mondo in lungo e in largo, dai rostri ancora affilati e l’occhio lungo e vigile, pur con qualche penna bianca di troppo e ferite e rughe su tutto il corpo, perché si presta a questi giochi infantili?

Il perché è evidente ma non vogliamo dirlo. Fa male ammetterlo. Soprattutto quando la musica è una delle poche zone franche alle quali ti aggrappi quando il mondo là fuori ti riserva bocconi amari. La musica non tradisce, ti dici. E invece non è così. Volete l’elenco delle canzoni e i relativi autori? Può servire a lenire la delusione? Eccolo: 7 And 7 Is dei Love; Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu di Huey Smith (dove i Purple si autocitano infilando il riff di Smoke On The Water); Oh Well dei Fleetowood Mac; Jenny Take A Ride! di Mitch Ryder & The Detroit Wheels; Watching The River Flow di Bob Dylan; Let The Good Times Roll di Ray Charles e Quincy Jones; Dixie Chicken dei Little Feat; Shapes Of Things degli Yardbirds; The Battle Of New Orleans di Lonnie Donegan e Johnny Horton; Lucifer di Bob Seger; White Room dei Cream. E il gran finale intitolato Caught In The Act: un medley che in quasi otto minuti trita e comprime Going Down (Freddie King)/Green Onions (Booker T & the M G ‘s)/Hot ‘Lanta (Allman Brothers Band)/Dazed And Confused (Zep)/ Gimme Some Lovin’ (Spencer Davies Group).

Dirige Bob Ezrin, produttore di lungo corso che ha lavorato con Pink Floyd, Kiss, Peter Gabriel, etc. Un’altra aquila. I fan che non arretrano di fronte a nulla, la Vecchia Guardia che muore ma non si arrende, troverà conforto nell’esercizio artistico. Di fronte a Steve Morse non si può che rimanere ammaliati qualunque cosa faccia, e non credo che il discutibile coniglio dal cappello l’abbia estratto lui; Don Airey è un tastierista di provata bravura, e gli altri storici pezzi nonostante l’anagrafe non danno segni di palese cedimento. Ma non è questo il punto. A musicisti di rango si chiede un passo in avanti, anche di lato semmai, nella peggiore delle ipotesi si può accettare lo stallo e mantenere la posizione purché sia di vantaggio, o abbia un perché restare sulla stessa mattonella. Il passo indietro, o lo sprofondo come il disco di cover, è inaccettabile.

Qualcuno potrebbe aggrapparsi alla tavola in mezzo all’oceano in pieno uragano e urlare che “nel jazz le cover sono accettate, anzi eseguite con orgoglio”. Se arrivate a riva provate a raccontarlo a un musicista jazz di quelli veri, non un mestierante da cover, che quello che suona sono cover: vi affogherà lui. Non prima di avervi spiegato, con gentilezza, che si tratta di standard. Un’altra cosa.

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